7.5
- Band: A FOREST OF STARS
- Durata: 01:13:31
- Disponibile dal: 08/05/2025
- Etichetta:
- Prophecy Productions
Sesto album in studio per gli inglesi A Forest Of Stars, una realtà ormai consolidata ma sempre particolare del black metal inglese, che ritorna dopo una lunga attesa dal precedente “Grave Mounds And Grave Mistakes” del 2018.
Nati a Leeds nel 2007, gli A Forest Of Stars hanno sviluppato uno stile molto personale, la cui caratteristica principale è data dall’apparente scollamento tra la trama musicale e la linea vocale. Nella loro proposta, la musica segue una direzione, con arrangiamenti curati che si appoggiano su un black metal che, in mancanza di termini migliori, potremmo definire avant-garde, mentre la voce è influenzata dal cosiddetto Sprechgesang, il canto-parlato, un approccio vocale teatrale, declamatorio, che sembra procedere indipendentemente dalla linea melodica. Non più un dialogo tra voce e strumenti, come si tende a fare in qualunque genere cantato, quanto piuttosto un monologo messo in musica.
“Stack Overflow in Corpse Pile Interface” porta avanti questo stile e arriva dopo una pausa significativa, utilizzata dal gruppo per mettere in discussione il proprio materiale fino al punto di scartare un intero album già completato e ricominciare da capo – un segnale evidente della cura e della dedizione della band nei confronti della propria opera.
Entrando più nel dettaglio, come abbiamo già accennato, il black metal resta la base su cui vengono costruiti gli arrangiamenti, ma viene costantemente attraversato da elementi che appartengono ad altre correnti musicali, soprattutto quelle più vicine alla tradizione britannica. Ci sono richiami alla psichedelia degli anni Settanta, accenni folk e persino un incedere ritmico che, in alcuni passaggi, sembra guardare al post-punk più cupo.
Un elemento melodico di raccordo, in questo quadro, è dato dal violino, strumento ben lontano dal ruolo di semplice orpello, ma un elemento strutturale, capace di dare un tocco elegante e vellutato, specialmente all’interno dei passaggi più dissonanti. Il suo contributo costruisce una sorta di controcanto continuo, che accompagna l’ascoltatore come un nocchiero in un mare in tempesta.
L’altro cardine su cui si poggia l’intero album, come già accennato, è la voce di Curse, teatrale, disperata, sopra le righe, frenetica, segnata da un costante senso di irrequietezza che non cede il passo nemmeno ai momenti più sinuosi, quelli guidati dal violino o dagli arpeggi di chitarra. Ovviamente questo si traduce anche in un impianto lirico ricchissimo, che sfrutta al meglio la padronanza della lingua inglese di un madrelingua, in un continuo gioco di doppi sensi, frammenti poetici e calembour.
È quasi impossibile focalizzarsi sulle singole composizioni, l’intera opera è pensata come un enorme flusso di coscienza continuo, di cui l’ascoltatore percepisce variazioni e mutamenti, ma in maniera completamente scollegata dalla forma-canzone tradizionale.
Se da un punto di vista stilistico tutto ciò ha perfettamente senso, l’ascolto di “Stack Overflow in Corpse Pile Interface” non è sempre confortevole e qui arriviamo a quello che forse è l’unico vero difetto del disco. Con i suoi settantaquattro minuti di durata, spalmati in appena sei composizioni, è davvero molto difficile immaginare che non ci siano mai dei momenti prolissi o ridondanti, e ci sono fraseggi che sembrano trascinarsi più del dovuto, magari per dover continuare ad accompagnare un passaggio particolarmente verboso di Curse, oppure per provare a dare respiro a una materia sonora estremamente densa di impulsi.
Come sempre accade in questi casi, molto dipende dalla sensibilità di ciascuno: chi scrive è sempre a favore di soluzioni che tendano a snellire, dove possibile, senza dover necessariamente rinunciare alla complessità formale, ma altre tipologie di ascoltatori potrebbero non avere alcuna difficoltà con la scelta radicale degli A Forest Of Stars.
A prescindere da tutto, comunque, la formazione britannica ha dato vita a un altro lavoro ricco, stratificato, personale e intelligente. Un risultato non da poco, che merita senza dubbio il nostro supporto.
