5.0
- Band: A NEW TOMORROW
- Durata: 00:48:16
- Disponibile dal: 06/12/2019
- Etichetta:
- Frontiers
Spotify:
Apple Music:
Dopo le esperienze con Power Quest e Arthemis, il vocalist Alessio Garavello sembra aver deciso di dedicare i suoi sforzi creativi alla creatura da lui formata: gli A New Tomorrow, fondati con il bassista Andrea Lonardi e raggiunti in seguito dal batterista Tim Hall e dal chitarrista Michael Kew.
Dopo un paio di EP, con questo “Universe” la band italo-britannica propone il suo primo full length. Nonostante la provenienza di Garavello dalla sfera del power, gli A New Tomorrow si allontanano nettamente da certe sonorità e propongono un hard rock melodico – molto, molto melodico, con ampie incursioni nel pop punk e nel pop rock – vicinissimo (quasi sempre troppo) al magistero di mostri sacri come Alter Bridge e Foo Fighters. Purtroppo, però, il risultato è un lavoro di puro epigonismo: ogni brano di “Universe” sembra essere un tentativo di proporre in modo personale il sound tipico dell’energico rock d’oltreoceano, realizzando però una sequela piatta di canzoni assolutamente derivative, impalpabili, private dell’anima selvaggia e potente che un album del genere dovrebbe contenere. È quasi tangibile “la mano del compositore”, che fa di tutto per rendere il tutto schematicamente simile a quanto già ascoltato negli ultimi vent’anni di hard rock. Non c’è traccia di rischio, non sembra esserci voglia di dire la propria attraverso la musica, ma specialmente è tutto spento, svuotato dell’impeto che è alla base dello statuto dell’hard rock dalla sua nascita a oggi.
Tutte le scelte melodiche, che solo all’apparenza sembrano ricercate, sfociano puntualmente in ritornelli che dovrebbero risultare ariosi e orecchiabili ma che in realtà sono soltanto semplici esercizi di songwriting basico e derivativo. “Step Into The Wild” prova – come ovviamente già richiama il titolo – a mimare i lavori solisti di Eddie Vedder; l’opener “I Wanna Live” tenta un ritornello radiofonico che però crea una sorta di polveroso effetto nostalgia rimandando alle parabole di Breaking Benjamin e Nickelback; la title track è una semi-ballad che scoperchia tutti i limiti di una band che sembra limitarsi a imitare i propri idoli; “Mother Earth Is Calling” (complice anche la presenza del grande Michele Luppi come guest) è forse l’unico pezzo che tenta una fuoriuscita da schemi stantii – anche se comunque si regge su riff che provano a nascondersi dietro il dito del minimalismo ma che in realtà sono soltanto deboli e banali.
La produzione, come l’esecuzione dei singoli, sono aspetti che non deludono, ma non bastano assolutamente a sopperire un sound abusato e delle scelte compositive quasi costantemente impersonali e prive di grinta. Un vero peccato, data la portata di un progetto che aveva tutte le carte in regola per incidere bene, almeno relativamente, in un ambito musicale come quello scelto.