7.0
- Band: ABOLISH
- Durata: 00:43:29
- Disponibile dal: 05/05/2023
- Etichetta:
- F.D.A. Records
Dei death metaller turchi Abolish non si sa granché, se non che la loro line-up comprende musicisti che si sono fatti o si stanno facendo le ossa in realtà locali come Thrashfire e Inhuman Depravity. La tedesca FDA Records ha deciso di puntare su di loro nonostante il gruppo non abbia all’attivo nemmeno un demo: una volta avviata la band, i ragazzi si sono infatti dedicati direttamente alla registrazione di un full-length, evitando la classica gavetta di pubblicazioni sulla breve distanza e piccoli passi alla volta. Rivolgendosi ai Deadhouse studios di Ankara, nei quali sono già passati connazionali di un certo peso come Cenotaph e Diabolizer, il quartetto è comunque riuscito a tirare fuori un prodotto di buon livello, solido nei suoni tanto quanto nel songwriting.
Gli Abolish non mettono troppa carne al fuoco nella propria proposta: il suono è avvolgente e al contempo stentoreo nel suo ruotare quasi sempre attorno a midtempo e a registri che possano sottolineare il più possibile la vena solenne ed evocativa alla base di molte intuizioni della chitarra solista. L’atmosfera sulfurea e il costante dispiegamento di riff quadrati porta alla mente capisaldi del filone old school contemporaneo come i Disma o – volendo restare in Turchia – i Burial Invocation, ma non bisogna sottovalutare la notevole influenza Immolation che emerge da una traccia come la lunga “Curtain of Night”, il cui finale ricorda con insistenza gli episodi più tetri e maestosi della band di Robert Vigna. Sono spunti ‘indovinati’ come questo – assieme al succitato discreto gusto in chiave solista – che danno modo agli Abolish di limitare la ridondanza, grosso pericolo per un suono così pesante e impostato. Ascolto dopo ascolto, ci si rende infatti conto di come “…From The Depths” contenga alcuni passaggi notevoli, soprattutto quando le melodie riescono ad affrancarsi dalla sovrabbondante stratificazione che le contorna.
In generale, il disco ci consegna una band certo giovane, ma non esattamente alle prime armi: senza dubbio, il quartetto ha studiato bene i classici, sia quelli degli anni Novanta che quelli del revival anni Duemila, riuscendo a riversare certi importanti insegnamenti in questa consistente collezione di canzoni. Speriamo ora che, concedendosi il giusto tempo, la band riesca a sviluppare una maggiore versatilità e a ideare qualcosa di più personale per i prossimi appuntamenti in studio. Intanto, chi stravede per il movimento underground death metal contemporaneo passi pure all’ascolto di questa prima opera.
