7.0
- Band: ABOMINATOR
- Durata: 00:47:18
- Disponibile dal: 31/10/2025
- Etichetta:
- Hells Headbangers
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L’Australia è da sempre una terra fertile per le sonorità war metal più bestiali, essendo stato anche uno dei primi paesi a proporre questa miscela caotica e brutale di black, death e thrash metal: basti pensare a formazioni di culto come Bestial Warlust, Sadistik Exekution e Corpse Molestation per rendersi conto dell’importanza della scena australiana.
Negli anni si sono poi sviluppati numerosi progetti intenti a seguire le orme dei sopraccitati progenitori del genere, pertanto si può parlare a tutti gli effetti di una scuola australiana, con nomi di spessore come Deströyer 666 e Vomitor (più marcatamente tendenti al black/thrash) o Cemetery Urn (più orientati verso il black/death) e Abominator, di cui ci occupiamo oggi.
Questi sono senza dubbio una band d’eccellenza e della prima ora all’interno della scena mondiale, un progetto in cui, durante i primi lavori a cavallo tra gli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, ha anche militato il cantante originale dei leggendari Bestial Warlust, Damon Bloodstorm.
Con “The Fire Brethren” siamo al sesto full-length per il combo di Melbourne, che in oltre trent’anni di carriera si ripropone carico e in piena attività con il duo fondatore, composto da Andrew Undertaker (chitarra e basso) e Chris Volcano (voce e batteria): due nomi di peso che negli anni hanno legato le loro carriere anche ai già citati Cemetery Urn, Deströyer 666, Ignivomous e Denouncement Pyre, tra gli altri.
“The Fire Brethren” non tradisce la storia degli Abominator e l’eredità della scuola australiana, riproponendo alla lettera i dettami del war metal più oltranzista ed estremo.
Citare dei gruppi di riferimento come Angel Corpse, Conqueror, Revenge, Black Witchery e Blasphemy risulta anche un po’ oltraggioso nei confronti dei Nostri, trattandosi a tutti gli effetti di un’entità caposcuola del genere, ma è comunque necessario per circoscrivere il perimetro d’azione e mettere in guardia chi non è abituato a questo tipo di sonorità.
Il black/death metal proposto è ruvido, feroce e improntato sull’aggressività a trecentosessanta gradi, dal primo all’ultimo minuto. C’è tutto ciò che si cerca in un disco di questo tipo, partendo dall’incessante martellare della batteria che alterna una valanga di blast-beat e bomb-blast a pochi passaggi cadenzati in doppia cassa, i quali sono presenti praticamente in tutti pezzi e sono funzionali sia per rendere più razionale il risultato, sia per trasmettere un certo senso di quiete, in realtà solo precaria. Nota di merito al batterista Chris Volcano che spinge senza tregua dall’inizio alla fine, creando un vortice percussivo capace di stordire l’ascoltatore.
Fedelissimo alla linea anche l’approccio chitarristico di Andrew Undertaker, che esegue alla perfezione le lezioni di Gene Palubicki (Angel Corpse), Caller Of The Storms (Blasphemy) e Ryan Förster (Conqueror, Blasphemy e Death Worship). Lo stile è improntato sulla velocità e il caos, attraverso un’esecuzione diretta e per nulla patinata. Anche gli assoli di chitarra seguono le origini del genere, che guarda all’intensità della forma espressiva del primo Kerry King.
Attenzione però a pensare che ci si ritrovi di fronte a un muro di rumore fine a se stesso: niente di più errato, perché il tutto è studiato e ricercato per dare un effetto di disordine che però è organizzato nel minimo dettaglio, come dimostra per esempio l’utilizzo forsennato del pick slide in “Progenitors Of The Insurection Of Satan”, il quale ai profani potrà sembrare una mera scelta caotica, ma in realtà è un preciso riferimento allo stile di Conqueror e Revenge.
Dura e pura anche la voce di Chris Volcano, che si rifà in tutto e per tutto alle linee basse, roche e con un pizzico di eco, tipiche di un totem del genere come Nocturnal Grave Desecrator And Black Winds. L’unica delle otto tracce che esce dai rigorosi schemi di questo tipo di war metal è la conclusiva “Sulphur From The Heavens”, un’interessante ibridazione tra il black/death metal e il death metal ritmato dei Bolt Thrower.
Non particolarmente originale, ma comunque ben eseguita la copertina del disegnatore francese Chris Moyen, autentico guru dell’iconografia più oscura e blasfema degli anni Novanta.
Ciò che convince meno è in parte la produzione con un suono e un mixaggio sì di impatto, ma forse un po’ troppo professionali e lavorati per gli standard del genere, in cui di solito si prediligono la natura grezza e le mancanze tipiche di un approccio simil-presa diretta (valore aggiunto che invece qui manca). In conclusione, “The Fire Brethren” è comunque un disco consigliato a tutti gli amanti delle produzioni ‘bestial’ war metal, i quali troveranno tanta coerenza in questo lavoro realizzato da due veterani del genere.
Per tutti gli altri, invece, potrebbe risultare un prodotto difficile da prendere in considerazione e tollerare, sia per la ripetitività e la chiusura imperanti, che sono caratteristiche intrinseche di questo stile, sia per la durezza dei pezzi proposti, che, bisogna dirlo, non sono per tutti.
