ACID BATH – When The Kite String Pops

Pubblicato il 21/12/2017 da
voto
9.0
  • Band: ACID BATH
  • Durata: 01:09:03
  • Disponibile dal: 08/08/1994
  • Etichetta: Rotten Records
  • Distributore:

New Orleans, primi anni Novanta. Dalle paludi che circondano la città si alzano effluvi miasmatici, si recuperano carcasse di automobili e talvolta anche umane, e il fango arriva ben oltre gli argini, cingendo i piedi degli abitanti del luogo. Buona parte della popolazione bianca locale, priva di quel senso di unione che salva in qualche modo la comunità nera, si trascina in un’esistenza di disperazione, tra alcolismo, nichilismo e pura mentalità hillybilly; proprio come ben rappresentato nello splendido film “Louisiana” di Roberto Minervini. Ma come ancor meglio reso da un nascente sottogenere dell’heavy metal, lo sludge (‘fango’, appunto), che trova ispirazione parimenti nei Black Sabbath, nei Black Flag, negli astri nascenti (dell’underground, almeno) Melvins, e che ha qui la sua patria naturale, oltre che i primi e mirabili protagonisti: Eyehategod, Crowbar e, appunto, gli Acid Bath – più i Buzzoven in North Carolina. Dopo alcuni demo, gli Acid Bath nel 1994 giungono al primo full length con la stessa potenza e lo stesso carico di dolore che le band succitate avevano esplicitato un paio d’anni prima, nei loro rispettivi esordi, e riuscendo, forse, a fare ancor meglio. È quasi straziante il suono che apre l’album, presto trasformato in un riff lentissimo e sepolcrale, su cui l’ugola di Dax Riggs inizia a salmodiare con una varietà mirabile; nel corso dell’album si passa da momenti di pura carta vetrata a variazioni vocali che ricordano il più espressivo Layne Staley, con una potenza espressiva rara. Che gli permette di regalarci degli apocalittici vangeli laici sulla vita che descrivevamo poco sopra; e del resto i titoli dei brani non mentono: “Cheap Vodka” (non privo di una violenza hardcore) o “What Color Is Death”, dove la doppia voce usata da Riggs e le chitarre ritmatissime rendono la follia palpabile. Con questi abbiamo citato i brani più espliciti, ma anche “Finger Paintings Of The Insane”, dedicata al perverso John Wayne Gacy, il serial killer di cui un dipinto adorna la copertina di questo lavoro. Qui la cadenza cupa, unita agli strilli strazianti che compaiono qua e là, più un curioso semi-rap finale (chiuso da “Rape The Mother / Kill The Father”), ben rende gli abissi di abiezione di Gacy. Oltre ai riff memorabili, potentissimi e fangosi (ça va sans dire…), le chitarre di Sammy Duet e Mike Sanchez sanno dipingere stop n’go mirabilmente raddoppiati dall’intensa batteria di Jimmy Kyle (esemplare in questo senso “Tranquilized”), su cui anche le linee vocali si librano con una varietà che a New Orleans non sentiremo mai più, se non forse in sporadici episodi di “Nola” dei Down – ma del resto lì parliamo di un supergruppo che ha coscientemente creato l’album-manifesto della scena. Qui, invece, a dare il la a un mare di sofferenza resa come non mai è la disperazione di un bambino a cui si rompe la corda dell’aquilone (“When The Kite String Pops”, appunto), perfetta metafora di un crollo nervoso. Come altro spiegare la lucida e aggressiva follia di brani come “Jezebel” (un assalto thrashcore venato di oscurità per narrare una violenza di gruppo), “Toubabo Koomi” o la violentissima ma avvolgente “God Machine”? Oppure lo stomp acidissimo di “Dope Fiend” e, ancora, la melodia cattiva ma innegabile dell’atroce “The Bones Of Baby Dolls” o di “Scream Of The Butterfly”: quest’ultimo, un brano in cui il basso e la chitarra acustica ci portano senza difficoltà in territori degni degli Alice In Chains; di cui, non a caso, citavamo il parimenti sofferto frontman. Giungere al termine di questi settanta minuti è un’esperienza emotivamente opprimente, da cui però è difficile staccarsi; l’ultima manciata di brani passa da “The Mortician Flame”, che, retta dal mirabile basso di Audie Pitre, è da sola il modello di metà delle band sludge a seguire, fino alla necrofilia di “Cassie Eats Cockroaches”, scioccante nel testo e dirompente da un punto di vista musicale: una sintesi tra doom, industrial e altre storture, perfetta chiusura di questo viaggio attraverso neuroni incrostati di putridume. Due anni dopo, gli Acid Bath torneranno con “Paegan Terrorism Tactics”, lavoro che a dirla tutta non ha nulla da invidiare a questo esordio, e del resto già presente tra i nostri Bellissimi. Purtroppo, come per tanti gioielli meno noti e ben riposti della musica, dopo il secondo album viene sancita la parola fine per la band. Il motivo? Il più stupido: la tragica scomparsa del bassista in un incidente stradale; i membri rimanenti provano a reclutare quello che era stato il loro primo bassista, ma la magia è stata cancellata evidentemente dal dolore, e gli Acid Bath si sciolgono a breve giro. Sammy Duet andrà a fondare i Goatwhore con Ben Falgoust dei Soilent Green, creando un ibrido di sludge e black metal solidissimo; mentre Dax Riggs, prima con gli Agents Of Oblivion, poi con una carriera solista, continuerà a regalare struggenti poesie sul disagio della vita moderna; sempre più in forma cantautoriale, sempre più disperato. Proprio come un’immersione in una vasca di acido.

TRACKLIST

  1. The Blue
  2. Tranquilized
  3. Cheap Vodka
  4. Finger Paintings Of The Insane
  5. Jezebel
  6. Scream Of The Butterfly
  7. Dr. Seuss Is Dead
  8. Dope Fiend
  9. Toubabo Koomi
  10. God Machine
  11. The Mortician's Flame
  12. What Color Is Death
  13. The Bones Of Baby Dolls
  14. Cassie Eats Cockroaches
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