6.0
- Band: AD INFINITUM
- Durata: 00:54:12
- Disponibile dal: 31/03/2023
- Etichetta:
- Napalm Records
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Terzo album – o ‘capitolo’, per come lo intende la band – per questo progetto svizzero che ha esordito nel 2020 con un album, “Chapter I – Monarchy”, non particolarmente d’impatto. Lo stesso può essere detto per il secondo lavoro, “Chapter II – Legacy”, e con questo “Chapter III – Downfall” si prosegue più o meno sullo stesso solco: un metal sinfonico e melodico, molto tradizionale nel solco dei grandi maestri del genere (Nightwish, Epica, Within Temptation ecc.), ben fatto ma senza mai veri guizzi di originalità o ricercatezza.
A ogni modo, trattandosi di un genere tanto connotato, è bene, come sempre, sottolineare un aspetto: gli Ad Infinitum sono una band strettamente rivolta a un pubblico specifico, cioè a un’utenza che apprezza fortemente sonorità come quelle sopracitate – per chiunque altro si tratta di musica quasi respingente, considerando anche le fortissime contaminazioni con sound altamente pop e commerciali.
“Chapter III – Downfall” è un album dunque in linea con i precedenti, con in primissimo piano la performance della cantante Melissa Bonny, pieno di potenziali hit radiofoniche ma arrangiate in una chiave melodic metal, irrobustendo dunque il tutto con una produzione che lascia molto spazio alle chitarre e scegliendo una gestione sonora della fase ritmica accomodante e poco dirompente.
In questa terza fase del percorso degli Ad Infinitum, però, ci sono delle segnalazioni da fare: su tutte l’alleggerimento del piano orchestrale, qui molto meno invadente o pomposo rispetto alle prove del 2020 e del 2021, rendendo in questo modo i brani più dinamici – ma, contemporaneamente, anche più ‘leggeri’. Canzoni come “Seth” o “Upside Down” hanno così un piglio davvero dal retrogusto popolare, con ritornelli apertissimi e arrangiamenti dalla struttura minimale (al netto di piccolissime incursioni più ruvide, con brevi intermezzi di un cantato in screaming quasi intangibile). Notevole poi il singolo (o meglio, uno dei ben quattro singoli) “From The Ashes”, che ha una struttura melodica così orecchiabile da risultare quasi insopportabile, rimanendo nella testa per ore (ma questo non è necessariamente un aspetto negativo, specialmente per chi non ha un castello mentale infestato di problemi come chi scrive).
In uno sguardo generale sull’opera, è oltremodo necessario sottolineare la grandissima professionalità dei singoli componenti: si tratta di un album composto pensando precisamente al proprio target in ogni singolo frangente del minutaggio; l’esecuzione tecnica è impeccabile, le scelte compositive non sono mai casuali – e, aspetto che non secondario, l’intero progetto è comunicato in modo molto efficace dal punto di vista del marketing e della promozione. Resta il fatto che per comprendere pienamente un simile discorso musicale è necessario potersi posizionare tra quelle persone che apprezzano questo modo di approcciarsi alla musica metal.
Se si è in grado di estraniarsi dal proprio gusto o dal proprio modo di intraprendere la musica, non si potrà considerare, ad esempio, “Somewhere Better” un cattivo brano – al massimo lo si potrà pensare come un pezzo che ‘non è roba per me’, per citare un maestro che ha insegnato a molti di noi tale prospettiva critica.
