“Laughing Gravy” apre le danze con un riff ruvido e d’impatto, tracciando fin da subito le coordinate entro cui serpeggerà lo stile di tutti i brani, con “A Better Day” ad introdurre una dimensione leggermente più ariosa, senza alcun calo di tono. “Sideways Barnacle” si mantiene sulle stesse coordinate, riallacciando il discorso interrotto con il disco precedente, “Very Uncertain Times”, che si muoveva su territori più contorti e psichedelici, confermando la capacità della band di riuscire a padroneggiare tutte le sfumature dell’hard rock inglese underground dei favolosi anni Settanta.
Il primo vero picco arriva con “Head In A Noose”, brano più lento e carico di tensione, pesante e cadenzato, che introduce quello sludge caro ai primissimi Melvins, che mantiene i suoni asciutti e non sfocia mai nello stoner, al contrario della breve “Kind Boy” (e qui ritorna il paragone con i Melvins), che gioca sulla brevità e l’immediatezza, con cui il trio paventa la propria maestria nel cambiare dinamiche anche senza dilatare eccessivamente le strutture.
Se “Slayed In Full” e “First City Seconds” mantengono alta la qualità, tra riff solidi e un incedere che richiama certe derive hard rock ai confini con il metal (nello specifico i Dust di “Hard Attack” del 1971, con il celebre Marky Ramone alla batteria), “Blue Mountain Dust” rappresenta il momento più dilatato e lisergico del disco: quasi sei minuti in cui la band si concede qualche deviazione più atmosferica, senza però perdere il controllo, avvicinandosi per spirito e intenti a una rilettura sporca, contorta e allucinata di “Politician” dei Cream.
In un panorama spesso costellato da produzioni troppo perfette, il trio inglese continua a muoversi in direzione opposta, puntando tutto su istinto, energia e un’attitudine che sa ancora di sala prove e amplificatori valvolari tirati al limite, e questo quinto capitolo discografico non fa eccezione.
“The Trouble With The Shovell” non è un disco rivoluzionario, perfino all’interno della discografia del trio: appare più diretto e ‘in your face’ del precedente “Very Uncertain Times”, e probabilmente meno fantasioso nella scrittura, ma costituisce la conferma di una band che ha trovato una propria comfort zone – sia chiaro, di gran lusso – e la sfrutta con l’identica consapevolezza e coesione del passato.
Insomma, gli Admiral Sir Cloudesley Shovell non spostano di una virgola l’asticella della qualità, pur mantenendola alta: niente sorprese, nessun salto in avanti, e nemmeno quegli episodi che fanno gridare al miracolo (non ci sono brani del livello di alcuni ‘classici’ del loro repertorio come “Captain Merryweather” o “Mark Of The Beast”, per intenderci).
D’altronde, gli amanti dell’hard rock più acido e oscuro d’annata – e di tutto l’underground che ruota attorno alla Rise Above Records – non potranno che trovare pane per i loro denti: un disco che sembra scritto e suonato cinquant’anni fa, con un vago sentore sludge, e che proprio per questo centra in pieno il bersaglio.