7.5
- Band: AFTERBIRTH
- Durata: 00:35:27
- Disponibile dal: 13/03/2020
- Etichetta:
- Unique Leader
- Distributore: Audioglobe
Se tre anni fa, in occasione dell’agognato esordio “The Time Traveler’s Dilemma”, avevamo accostato la proposta degli Afterbirth a quella di pesi massimi dell’estremismo come Internal Suffering e Devourment, oggi la questione si fa più eclettica e assai meno inquadrabile nel puro death metal di matrice statunitense. Un prisma irregolare le cui superfici oblique catturano la luce del giorno restituendola in fasci di colori psichedelici, nell’ottica di un songwriting indubbiamente denso e progressivo, ma che non per questo sacrifica il proprio impatto e la propria voglia di comunicare. Un’evoluzione per certi versi sorprendente, che porta il quartetto newyorkese a calcare il medesimo terreno di gioco di Castevet, Flourishing, Krallice, Pyrrhon e di tutte quelle realtà che, forse ispirate dal melting pot della Grande Mela, hanno contaminato le loro radici musicali con abbondanti dosi di ‘post’ metal, noise rock, avant-garde e di altre correnti restie a seguire schemi preimpostati, fino all’ottenimento di una formula irreprensibile.
“Four Dimensional Flesh” è questo: un’opera che da solide basi death metal (Gorguts, Demilich, Adramelech, ecc.) parte alla conquista di nuovi piani della realtà, srotolandosi fluida attraverso undici brani dal sapore allucinato e ‘viaggiante’, di cui l’artwork sci-fi è probabilmente la migliore rappresentazione visiva possibile. Musica che non vive di sola forza bruta, e che al contrario – per buona parte del suo corso – volge lo sguardo verso soluzioni dalla grana fine, tratteggiate da un guitar work flessuoso e palpitante, da una sezione ritmica che gioca a tutti gli effetti un campionato a sé (basti sentire il basso di David Case, già tra le fila degli Helmet) e da sottili strati di synth, con la performance al microfono di Will Smith, memore degli assurdi gorgoglii di Antti Boman, a fungere da collante in questo flusso di umori alieni e visioni sgargianti.
Si respirano ingegno e duttilità durante i trentacinque minuti di durata della tracklist; una padronanza strumentale che ha la fortuna di non scadere mai nell’autocompiacimento o nelle sterili bizzarrie di altri colleghi nordamericani, esaltata dall’inconfondibile tocco di Colin Marston in cabina di regia (Altar of Plagues, Origin, Wayfarer). Quello messo a punto dagli Afterbirth è insomma un songwriting ‘open minded’ nell’accezione migliore del termine, a cui non interessa vincere il titolo di più innovativo sulla piazza o relegare in secondo piano i riff. La doppietta “Spiritually Transmitted Disease”/“Girl in Landscape”, con le sue energiche contrazioni, i suoi lampi di emotività e le sue melodie tagliate con l’acido, basterà a rendere chiaro il concetto.
