9.0
- Band: AGALLOCH
- Durata: 01:02:00
- Disponibile dal: 06/07/1999
- Etichetta:
- The End Records
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Stati Uniti, primi giorni del luglio 1999.
John Haughm è un polistrumentista di ventiquattro anni che nella vita ha già girato parecchio. Nato nello stato di Washington, cresciuto nel Montana, si è poi trasferito a Portland, in Oregon, ma fa spesso la spola in auto per tornare dai suoi familiari – lunghi viaggi ai quali attribuirà in seguito una notevole influenza sulla propria musica. Da qualche tempo ha messo in piedi un gruppo, gli Agalloch, insieme al tastierista Shane Breyer. ‘Agalloch’ è un altro modo per indicare l’oud, ovvero il pregiato durame resinoso che si forma in alcuni alberi di aquilara, e che è tra i componenti più ricercati nella creazione di essenze: il legno tornerà in questa storia, ma ne parleremo tra poco.
Don Anderson, invece, di anni ne ha venti. È nato proprio a Portland, sta per laurearsi in letteratura inglese e guida un gruppo progressive metal di nome Sculptured.
Haughm e Anderson si erano incontrati intorno al 1996 e, stando alle parole di Haughm, avevano scoperto di avere “gusti estremamente simili per la musica e il cinema”: iniziare a suonare insieme è stato un passo quasi fisiologico.
Non avevano esattamente fondato una nuova band, ma erano piuttosto entrati l’uno nei progetti dell’altro, prima dandosi una mano con le rispettive demo, poi completando le reciproche formazioni. Hauhgm aveva così iniziato a suonare la batteria negli Sculptured e gli Sculptured (con l’eccezione del cantante Brian Yager) avevano completato la line-up degli Agalloch.
Nel 1998 lavorano contemporaneamente a due album: “Apollo Ends”, secondo full-length degli Sculptured, e il debut degli Agalloch, “Pale Folklore”. Entrambi i dischi escono per l’allora neonata The End Records, che per “Pale Folklore” sborsa malvolentieri circa tremila dollari a fronte dei mille inizialmente pattuiti. Nessuna delle parti coinvolte immagina che quell’album cambierà per sempre il black metal americano.
Scrivevamo poco fa di quanto c’entri il legno con “Pale Folklore”.
Innanzitutto c’è quello che domina l’artwork di copertina, che ritrae una finitura lignea della hall del Timberline Lodge di Mount Hood (noto soprattutto per aver prestato gli esterni all’Overlook Hotel in ‘Shining‘ di Stanley Kubrick).
Ma il più importante è il legno che ‘si sente’: quello delle chitarre acustiche, ovvero una delle caratteristiche più notevoli di “Pale Folklore”.
In un’intervista rilasciata al sito Heaviest of Arts nel 2022, Don Anderson ha dichiarato:
“Eravamo fan di Empyrium e Ulver, [che] adottavano un finger-picking classico piuttosto tradizionale nel black e nell’heavy metal. È stato solo con ‘But, What Ends When The Symbols Shatter?’ dei Death In June che ho sentito una chitarra folk suonata a corde aperte, roba che avevo sempre associato al campeggio e a ‘Kum-ba-ya’. Non avevo mai pensato che potesse essere dark, e quell’album è una delle cose più dark mai scritte. Da allora è cambiato tutto”.
È infatti proprio il neofolk (in particolare i già citati Death In June e i Sol Invictus, di cui gli Agalloch proporranno una cover nel 2000) a suggerire alla band non solo un approccio tecnico differente all’acustica, ma anche una sfumatura personale nella combinazione di folk e black – che era una soluzione relativamente nuova, ma già sperimentata con successo in Europa.
In questo frangente trova spazio ancora una volta il legno, stavolta quello vivo e umido delle grandi foreste nordamericane, dell’Oregon e del Montana tanto caro al mastermind John Haughm. L’odore delle conifere, il freddo dell’aria invernale, il fruscio dell’erba incolta assumono infatti in “Pale Folklore” una connotazione diversa da quella suggerita nelle produzioni norvegesi o tedesche.
Per comprendere quanto gli Agalloch siano stati originali, può essere interessante notare come nonostante la loro enorme influenza sul black americano (e in particolare sulla cosiddetta scena cascadiana), di black metal in “Pale Folklore” ce ne sia relativamente poco. C’è la voce, con lo screaming di John Haughm quasi mimetizzato al vento che fa da leitmotiv lungo tutto l’ascolto. C’è, in qualche modo, un’attitudine black – una tristezza antica e maestosa che trova il suo habitat ideale nella natura selvaggia. C’è la devozione palpabile per gli Ulver di “Bergtatt”, ovvero per un black metal a sua volta ‘poco metal’ e fortemente contaminato dal folk. Ma quello che rende speciale “Pale Folklore” è soprattutto un’alchimia irripetibile di gothic, doom, neofolk e prog, sulla quale il black agisce come una spruzzata di inchiostro scuro: una patina che ingrigisce i colori senza togliere loro né vitalità, né calore.
Questa perfetta combinazione di suggestioni diverse si impone nell’immaginario già dalla suite iniziale, “She Painted Fire Across The Skyline”, articolata in tre movimenti e architettata per chiudersi su sé stessa grazie ad un raffinato gioco di rimandi interni.
L’intro è un colpo di genio: un’essenziale melodia di chitarra si delinea come una sagoma tra le brume dell’alba, fino a rivelarsi come una marcia, anzi, una galoppata con tanto di scalpitare di zoccoli e sbuffare di cavalli. Pochi cenni e siamo nel vecchio West, complice un inserto di voce lirica più vicino a Morricone che ai Nightwish.
Ma sono soprattutto le virate strumentali che gli Agalloch riescono ad imprimere con naturalezza alla loro musica a sorprendere l’ascoltatore. C’è un retrogusto prog certo, ma si avverte ancora più nettamente il gothic-doom, con un debito particolare verso i Katatonia e, più avanti, forse anche verso gli Anathema e perfino verso l’approccio melodico degli In Flames prima maniera. Il vero sapore dominante, però, è quello insieme torbato e morbido del folk.
A questo proposito, è in particolare su “She Painted Fire Across The Skyline II” che si comincia davvero ad apprezzare l’uso originale della chitarra acustica cui si è già fatto cenno: qui, l’influsso neofolk si fonde dolcemente con quello della malinconia svedese, aprendo la strada ad un imprevedibile solo elettrico e ad un bridge che ricorda quasi un notturno di Chopin.
Questa abilità di librarsi su generi diversi senza suonare mai sovrabbondanti o stucchevoli risplende tanto nei brani più ambiziosi (come “She Painted Fire Across The Skyline III” o “As Embers Dress The Sky”), quanto negli episodi più accattivanti e plasmati su una forma-canzone più consueta (come “Hallways Of Enchanted Ebony” e “Dead Winter Days”). E poi c’è la sopraffina capacità della band di giocare con le emozioni e di tracciare panorami sonori di cui sembra di intravedere le sfumature e di avvertire la temperatura. Gli Agalloch ci riescono anche in quello che dovrebbe essere un semplice intermezzo, ovvero la delicata “Misshapen Steed”: un dialogo romantico di tastiere e fiati che si apre fino a diventare uno slargo epico, quasi cinematografico. Tutto lo struggimento del metal melodico di quegli anni si riversa come una nevicata, ora lieve, ora intensa, sui monumentali paesaggi della Cascadia.
“Pale Folklore”, come abbiamo detto, rappresenta l’inizio di qualcosa di nuovo. Per gli Agalloch, innanzitutto, perché aprirà la strada al vero momento di svolta nella loro carriera col prodigioso “The Mantle”. Ma lo è stato anche per tutto il black statunitense, che fino ad allora si era per lo più messo in coda alle band europee cercando di riproporne gli stilemi: con l’inaugurazione del filone atmosferico, melodico ed emozionale di cui gli Agalloch sono una delle band più rappresentative, oltreoceano comincerà a formarsi quella che oggi possiamo definire una scuola, per la quale queste sonorità sono state cruciali. Anche in questo caso, la codifica del matrimonio tra black e folk si deve in misura maggiore a “The Mantle”, ma le radici di quella fortunata combinazione risiedono proprio in questo album, imparentato col black senza esserne un puro consanguineo, e che già nel titolo promette un contenuto diverso.
Se volete continuare col prossimo capitolo, del successore di “Pale Folklore” abbiamo parlato qui. Altrimenti, scegliete un album dei Wolves In The Throne Room, dei Fauna, di Blackbraid, di Panopticon o perfino dei Wayfarer: anche quello, in qualche modo, è un altro capitolo della stessa storia.
