7.0
- Band: AGATHODAIMON
- Durata: 00:44:17
- Disponibile dal: 28/06/2013
- Etichetta:
- Massacre Records
- Distributore: Audioglobe
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Ecco una band ricordata da molti – forse per il monicker, forse per gli esordi speranzosi trascorsi su Nuclear Blast nel momento di maggior crescita dell’etichetta teutonica – che ritorna in pista dopo un bel manipolo d’anni d’assenza dalle scene: i tedeschi Agathodaimon. Certamente solo due album pubblicati in nove anni non sono sinonimo di gioviale salute, soprattutto per una formazione che, come si scriveva poc’anzi, partì all’epoca con tutti gli onori della cronaca; tra “Serpent’s Embrace” e “Phoenix”, poi, il rivoluzionamento di line-up che fece temere (??) per lo scioglimento della creatura del vocalist-chitarrista Sathonys, che però riuscì a ricompattare l’ensemble e – anzi! – a sfornare l’appunto valido “Phoenix”, album discreto e di mestiere che comunque consegnò della qualità al songwriting fin lì appena sufficiente degli Agathodaimon. A quattro anni di distanza e con la riconferma di Ashtrael alle voci growl e scream, “In Darkness” aggiunge un tassello alla discografia dei ragazzi di Magonza, continuando sulla buona strada del lavoro precedente, senza molte lodi ma senza nessuna infamia. Come al solito a cavallo tra gothic metal, dark metal atmosferico e black metal sinfonico, gli Agathodaimon si legano a doppia mandata alle sonorità Nineties, da cui nascono e crescono, senza per nulla valutare di striscio un’eventuale strizzata d’occhio ad entità più cupe e attualmente trendy quali ad esempio – facciamo un nome solo – i Behemoth. Non troppo Cradle Of Filth, non troppo Dimmu Borgir, mai triste quanto i Paradise Lost, mai complesso e imprevedibile come i Septicflesh, il Demone Benigno si barcamena al crocevia di tre-quattro sonorità facendolo piuttosto bene e con maestria, non riuscendo comunque a trovare il reale bandolo della matassa, quello che servirebbe lui per scrivere davvero un potenziale capolavoro. Le atmosfere delle varie “Oceans Of Black”, “Dusk Of An Infinite Shade” e “Adio” ci piacciono alquanto, così come anche l’ipnotica “Somewhere Somewhen” e la più teatrale “Favorite Sin”, richiamante la scena ellenica senza averne la giusta enfasi ed un naturale DNA, ma nel complesso non si riesce ad andare oltre ad un sette pieno, voto solitamente assegnato a dischi buoni ma per completisti o per chi, all’interno di un sottogenere, non ambisce a quel qualcosa in più che magari ogni tanto ci si vuole e può aspettare. Ed ecco…per gli Agathodaimon toccherà attendere ancora, band che non demerita ma che mai esalta o va oltre.
