8.0
- Band: AGRICULTURE
- Durata: 00:44:03
- Disponibile dal: 03/10/2025
- Etichetta:
- The Flenser
Provare a descrivere un lavoro come questo “The Spiritual Sound” è cosa tutt’altro che semplice, così come non semplice è cercare di inserire gli Agriculture in un qualsivoglia genere musicale.
Abbastanza similmente a quello fatto dai Liturgy, i quattro di Los Angeles viaggiano su binari trasversali, seppur meno astratti, in cui il (black)metal rappresenta solo una componente stilistica formale, abbracciando un ventaglio di influenze che vanno dall’indie rock al folk, arrivando alle avanguardie più rumorose.
Come dicono loro, ‘ecstatic black metal’, se proprio si vuole provare a dare un nome al genere musicale.
Che il black sia una parte importante della musica degli Agriculture è innegabile, specialmente quando ci si trova di fronte a blast-beat fuori controllo, riff taglienti e circolari e grida lancinanti e laceranti, ma ci si rende anche immediatamente conto di quanto questi stilemi classici del genere siano utilizzati in modo completamente differente.
Il suono degli Agriculture è un qualcosa di bipolare, figlio della mente dei due compositori principali, entrambi alla chitarra e voce, Dan Meyer e Leah Levinson, due artisti profondamente diversi ma complementari nel loro mescolare generi e tematiche quali buddhismo zen, letteratura queer anni Novanta (del periodo in cui l’AIDS spaventava il mondo), Vecchio Testamento e il folk americano di Bob Dylan.
Gli Agriculture vivono di contrasti apparentemente inconciliabili tra loro, schizofrenici e figli di una società, quella americana, in cui differenze culturali e sociali hanno da sempre dato vita a fenomeni artistici unici e spesso interconnessi, seppur in ambiti diversi.
Non è un caso che questo “The Spiritual Sound” abbia, nel suo avvicendare violenze elettriche a tradizione folkloristica, una maggiore connessione con un lavoro unico come fu lo split tra Angels Of Light e Akron Family che non con con i Panopticon, per citare un gruppo potenzialmente affine: laddove infatti Austin Lund usa le dinamiche emotive del black metal per enfatizzare quella narrativa triste delle sue origine americane, gli Agriculture ne utilizzano solo la sua fisicità dialettica lasciando il resto in pasto a noise rock e indie folk vero e proprio, risultando in una coerenza tra stile ed immagine.
“My Garden” è la traccia di apertura che non ci si aspetta: un violentissimo delirio dissonante ai limiti del post-hardcore, quadrato e senza il minimo segno di contaminazione, almeno fino a quando entra in gioco una cantilena di voci pulite (chiamiamolo ritornello?) che confonde ulteriormente.
“Flea” fa il miracolo di congiungere le architetture rumorose e no-wave dei Sonic Youth all’urgenza dei Liturgy, aggiungendo una dose di melodia e drammaticità non comune anche grazie a un perfetto assolo di chitarra e un’evoluzione quasi post-rock nelle armonie; questa tendenza continua nella successiva e velocissima “Micah (5:15am)” forse l’episodio più accessibile e diretto, con i suoi ritmi punk e un riffing che si piazza nel cervello sin dal primo ascolto.
La produzione è rabbiosa e corrosiva, tagliente ma mai fastidiosa o confusa, più vicino ai canoni dell’hardcore che non a quella del metal vero e proprio, riuscendo nonostante tutto a donare alle parti più intime la giusta dose di atmosfera.
Si rallenta con la punitiva “The Weight” carica di tensione e che non dispiacerebbe a uno come Steve Austin dei Today Is The Day, ma si ritorna sul senso di urgenza con “Serenity”, forse il momento più classicamente black metal dell’intero lavoro.
Arrivando al giro di boa, si viene finalmente sopraffatti da quella parte più spirituale e sensibile, rimasta finora silente, coi riverberi drone della stupenda “Dan’s Love Song”, un delicato crescendo corale toccante e minimale e alter ego di una “Bodhidharma” che nei suoi quasi sette minuti cambia pelle continuamente.
Un collage di assoli metal, vuoti psichedelici, avanguardia minimale capace di fugare ogni dubbio sull’originalità della band, che non ha paura di portarci subito dopo verso il folk elettrico di una “Hallelujah” in grado di smuovere dentro fino al suo finale violento e inaspettato, perfetto antefatto alla conclusiva “The Reply”. Stesso copione, stessa bellezza ma ancora più intensità, dove il canto corale dal gusto folk ed impreziosito dalla presenza di Emma Ruth Rundle, si sposa perfettamente con il muro di chitarre creato per sostenere un crescendo magistrale.
Nel suo essere un disco complicato, divisivo e che alcuni troveranno troppo eterogeneo e frammentato, “The Spiritual Sound” rimane ad oggi uno dei momenti di contaminazioni più riusciti degli ultimi anni: una tela su cui gli Agriculture hanno voluto dipingere tutto ciò che fa parte del loro mondo, senza filtri, compromessi o limiti di sorta.
Prendere o lasciare.
