AIRBOURNE – Airbourne

Pubblicato il 21/08/2026 da
voto
6.0
  • Band: AIRBOURNE
  • Durata: 00:39:40
  • Disponibile dal: 28/08/2026
  • Etichetta:
  • Spinefarm

Più simpatici che bravi, più intrattenitori che buoni musicisti, meglio come performer che come songwriter: onestamente, a chi scrive il successo planetario degli Airbourne, agli esordi come al giorno d’oggi, è sempre parso inspiegabile. Una band normalissima, derivativa, aggrappata con le unghie e con i denti alla lezione degli AC/DC e dei Rose Tattoo, girando attorno a motivi abbastanza semplici, datati e che nel loro caso, a differenza di altre formazioni nate negli anni 2000, neanche ha mai provato a dar loro una rinfrescata o una pennellata di personalità.
C’è da dire, a merito dei fratelli O’Keeffe e di chi si è alternato negli anni al loro fianco, che gli australiani hanno macinato chilometri, spremuto sudore, messa tutta l’energia fisica possibile per portare ovunque il verbo del rock’n’roll, sopperendo ai limiti artistici con una grandissima carica, una capacità formidabile di entrare in simbiosi con il pubblico e una genuina simpatia. Convinzione, determinazione e la frizzante orecchiabilità della loro musica hanno fatto il resto, portando dei ragazzi di Warrnambool, località assai lontana dalle grandi scene musicali internazionali, a diventare un nome noto e arcinoto nella scena hard’n’heavy.

Dal lato discografico, quantitativamente, gli Airbourne non hanno in fondo prodotto moltissimo in oltre vent’anni di carriera – “Airbourne” è infatti soltanto il full-length numero sei nella loro discografia e ha il compito di provare a rilanciare le azioni dei quattro.
Se la ricetta è rimasta negli anni un po’ sempre la stessa, l’impressione generale è che il meglio sia stato dato da un pezzo e che l’ultima parte di carriera sia stata, al limite, un discreto riciclo di idee già non freschissime.
Un titolo omonimo di solito annuncia album che sanno di ripartenza, un volersi mettere il passato alle spalle, per riportarsi pienamente in carreggiata. Non è che ne avessero veramente bisogno, gli Airbourne: basta guardare ai tour degli ultimi anni, da soli o di spalla, per capire che a livello di popolarità il crepuscolo sia ancora lontano.
Mentre su disco, come già detto, si avvertiva un po’ di stanca in “Boneshaker” – ultimo album risalente al 2019. Introdotto da dichiarazioni quantomeno bizzarre, inerenti al monte ore speso in studio di registrazione, il perfezionismo per cesellare al meglio le canzoni – frasi curiose, per una creatura musicale emblema di un fare selvaggio, di pancia, genuinamente ignorante – “Airbourne” difficilmente andrà a sorprendere o ammaliare gli ascoltatori, fossero fan di lunga data o qualcuno che si avvicina a questa musica per la prima volta.

A dispetto di quanto affermato prima della pubblicazione, parlando anche di un songwriting un filo più variegato del solito, il disco presenta un lotto di idee, riff, melodie e ritornelli perfettamente in linea con la storia della band. Nulla di nuovo, nulla di mai sentito. Si percepisce, questo va riconosciuto, una forte cura nella produzione e nel far risaltare al meglio l’energia delle chitarre, convogliandole verso un suono che spesso ricorda alcune cose degli Skid Row dei primi due dischi e dell’ultimo “The Gang’s All Here”, seppure in tono minore, alternando queste suggestioni con un rock’n’roll più semplice ed elementare e le obbligatorie – ma non prevalenti – strizzate d’occhio agli AC/DC.
Onestamente, siamo in presenza di canzoni che si fanno ascoltare volentieri, scorrono bene, entrano in testa, ma sono ben lontane dall’essere memorabili, dando in alcuni casi l’idea che non ci sia sforzati più di tanto per comporle e perfezionarle.
La prima parte della tracklist, non fosse altro che per il suo brio scanzonato e qualche ritornello indovinato – i due singoli “Gutsy” e “Here She Comes” in questo senso giustificano il loro ruolo – qualche piccola botta di adrenalina la darebbe anche, pur rimanendo nell’alveo di un fin troppo rassicurante ‘già sentito’.
I riff non mordono, le ritmiche nemmeno, la cosa che meglio si fa apprezzare è il feeling vintage di alcuni passaggi, da primissimi anni ’70 se non prima, ma sono appunto piccole suggestioni che non hanno nemmeno troppo tempo per attecchire.
La voce di Joel O’Keeffe va ad appiattire strofe e ritornelli che già di per sé non spiccano per ingegno, apportando modifiche interpretative minime da una traccia all’altra.

Così, senza che avvenga nulla di tremendo o ci sia uno sbracamento nella qualità del songwriting, dopo la gradevole “Christmas Bonus” gli episodi rimanenti si succedono stancamente, tra qualche motivetto cantabile e una penuria di idee non risollevata dall’inno celebrativo “Send Me To Rock ‘N’ Roll Heaven”. Qui i Nostri vanno a ricordare alcuni grandi nomi della storia del rock passati a miglior vita ed è un omaggio, purtroppo, abbastanza incolore, di chi cerca di rispolverare il passato per dare vigore al presente. Mancando di parecchio il bersaglio.
“Airbourne” ci è sembrato giusto un accettabile compitino, in fondo in linea con quanto il quartetto ha saputo esprimere in carriera, incapace com’è di andare oltre quattro idee sempre uguali e una sana dose di grinta e mestiere.

 

TRACKLIST

  1. Gutsy
  2. Alive After Death (Last Plane Out)
  3. Here She Comes
  4. Kid In A Candy Store
  5. Sky High
  6. Who Put The Rhythm In You?
  7. Christmas Bonus
  8. Last Man Standing
  9. Rock ‘N’ Roll Ya
  10. Bogotá
  11. Hells Got No Vacancy
  12. Send Me To Rock ‘N’ Roll Heaven
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