7.5
- Band: AL KOOPER
- Durata: 01:09:00
- Disponibile dal: 07/09/2005
- Etichetta:
- Favored Nations
- Distributore: Andromeda
Può darsi che, a molti di voi, il nome di Al Kooper non dica niente,mentre invece ci sono buone possibilità che abbiate a casa unaregistrazione in cui compare questo grande musicista, ormai non piùgiovanissimo, che può vantare un curriculum davvero strabiliante.Spendiamo due parole in proposito, ripercorrendo le tappe fondamentalidella sua carriera: nato nel 1944, a soli 21 anni, Al Kooper (vero eproprio maestro dell’organo Hammond, ma anche chitarrista più chediscreto) ebbe la fortuna di essere chiamato da Bob Dylan a suonaresull’album “Highway 61 Revisited” che, tra l’altro, conteneva una hitimmortale come “Like A Rolling Stone”. Da quell’anno, il 1965, fu unacontinua escalation di collaborazioni illustri, che portarono ilmusicista a lavorare con artisti del calibro di Joan Baez, ancora BobDylan, Cream, The Who, Simon & Garfunkel, BB King, Joe Cocker, JimiHendrix, George Harrison e, per rimanere in territori più hard, ancheAlice Cooper, (ha suonato il piano sull’album “Lace And Whiskey”). Sequesto non bastasse, Al Kooper va ricordato anche per la sua attivitàdi produttore visto che, per esempio, fu proprio lui a scoprire elanciare i Lynyrd Skynyrd, producendo i loro primi tre famosissimialbum. Ovviamente Al Kooper non si limitò a fare il session-mand’eccezione, ma continuò a portare avanti la sua carriera solista, unacarriera fatta di passione, calore, musica soul e blues, che non si èfermata nemmeno quando, nel 2001, perse permanentemente due terzi dellavista e, per questo, fu obbligato ad abbandonare il posto di insegnanteal Berklee College Of Music, presso cui lavorava dal 1997. Accasatosipresso la Favored Nations di Steve Vai, Al Kooper dà finalmente allestampe il suo settimo album in studio, un lavoro intenso e pieno difeeling, che si rivela all’altezza del nome del suo creatore. Nell’oraabbondante di “Black Coffee” troverete un po’ di tutto: brani soul digrande impatto (“My Hand Are Tied”, “Going, Going, Gone”), resiefficacissimi grazie alla preziosa collaborazione dei fiati della banddi Al, i Funky Faculty; episodi classicamente blues come la cover diKeb’ Mo’, “Am I Wrong”; dolci e soffuse ballate swing (“How My EverGonna Get Over You”); e perfino uno stupendo brano in cui Al Kooperriesce a fondere la tradizione rock/blues con il raggae (“Got My IonHue”). Infine sono senz’altro da nominare i due estratti live, “GreenOnions” e “Comin’ Back In A Cadillac”: il primo è uno spettacolarepezzo strumentale in cui l’organo di Al e la chitarra di Bob Doezemaduellano senza sosta, mentre il secondo dimostra, con i suoi noveminuti, la capacità di questo grande musicista di divertirsi edivertire sul palco. Un album davvero riuscito, dunque, che risentesoltanto di due piccole pecche: innanzitutto la durata eccessiva che,inevitabilmente, relega alcuni brani al semplice ruolo di riempitivi e,soprattutto, alcune scelte stilistiche davvero incomprensibili da partedi un artista di questo calibro. Infatti in alcuni brani, da buonpolistrumentista, Al Kooper si diletta a suonare tutti gli strumenti,facendo a meno della band: poco male, vista l’indubbia abilitàesecutiva, se non fosse per la scelta di utilizzare una batteriacampionata dall’orribile suono simil-pop anni ’80. Oltretutto la cosasorprende ancora di più alla luce dell’ottima produzione del restodell’album, sempre pulita e bilanciata, pur mantenendo un sound caldo e‘vintage’. Si tratta comunque di piccolezze, dato che questeprecisazioni non riescono, comunque, a intaccare il valore complessivodell’opera: “Black Coffee” rimane, infatti, un lavoro raffinato e degnodi attenzione, suonato con passione e feeling da un vero maestro, natoe cresciuto con la musica nel sangue.
