6.5
- Band: ALESTORM
- Durata: 00:45:23
- Disponibile dal: 20/06/2025
- Etichetta:
- Napalm Records
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Ci troviamo per le mani l’ottavo album degli scozzesi Alestorm, composto da otto tracce che traboccano il loro spirito, e ci domandiamo se sarà un’ottava meraviglia o meno.
Incuriositi da cosa avrà composto il quintetto di Perth, ci buttiamo tra le onde dei mari in tempesta per scoprirlo, seppur con grandi incognite, dato che gli alti e bassi dei dischi dei pirati capitanati da Christopher Bowes sono stati più regolari delle maree degli oceani che solcano con il loro stile marinaresco. O meglio, possiamo dire che quando veleggiavano con il vento in poppa, forti della piccola grande innovazione che stavano compiendo nel mercato del power/folk, le loro prime opere erano state prese come inno di un movimento scanzonatorio, irreverente per i testi ma non banale; negli ultimi lavori, invece, quello che è apparso più chiaro è stata la perdita della bussola, con brani autocelebrativi e ironia da taverna.
Il percorso quindi che porta all’uscita di “The Thunderfist Chronicles” vede i nostri mantenere da tempo una sicura posizione nel panorama mondiale ma che, dopo questo ascolto e nello specifico, possiamo affermare che non sarà né modificata né migliorata dal nuovo lavoro.
La partenza è data da “Hyperion Omniriff”, martellante come una marcetta all’inizio, accattivante grazie al solito ritornello da cantare a perdifiato durante i concerti e poi farcita da sonorità (e a volte anche dal cantato, con lo scream e il growl che qua e là fanno capolino) prese a piene mani dal suono scandinavo di inizio Duemila – quel death melodico alla maniera dei Children Of Bodom, costruito qui con gli assoli equamente divisi tra la chitarra di Máté Bodor e le tastiere di Elliot Vernon, oltre alla keytar dello stesso Bowes.
Gighe, polke scozzesi mescolate con passaggi più thrash sono poi alla base di uno dei due singoli che hanno anticipato l’uscita del disco, quel breve condensato di “Killed To Death By Piracy” che rappresenta gli Alestorm dei giorni nostri, ovverosia un gruppo che tende al passato con i testi di “Banana” ma che guarda alle ultime uscite mediante i suoni alla maniera dei Beast In Black e dei Gloryhammer, miscelati però, come loro usanza, con le musichette dei videogiochi. Ci troviamo di fronte però quella musica da ascoltare con il pilota automatico nella testa, leggera e quasi scontata nel seguire l’equazione che porta a pareggiare le parti tra i violini e gli assoli di chitarra.
Allo stesso modo un pezzo come “Frozen Piss 2”, se non fosse per le liriche, potrebbe essere tranquillamente qualcosa che dal suono ricorda i primi Finntroll, con la fisarmonica predominante e la parte ritmica, che vede al basso Gareth Murdock e dietro le pelli Peter Alcorn, a dettare i tempi delle quadriglie, ma che non porta a niente di eclatante. Tanti momenti folk, una cover dei Nekrogoblikon come omaggio a un gruppo sulla stessa linea d’onda e poi, come conclusione e sempre con ironico taglio, ecco il brano più lungo della carriera degli Alestorm: più di diciassette minuti per “Mega-Supreme Treasure of the Eternal Thunderfist”, dove con la logica delle infinite suite i pirati di Perth fanno un collage di tante melodie e, nella ripetitività, troviamo per fortuna ciò che spezza la monotonia. Infatti, la voce di Patty Gurdy, la teutonica suonatrice di ghironda che ha già collaborato con i cinque scozzesi nel precedente EP, e sir Russel Allen dei Symphony X donano la loro ugola in questa simil-epica chiusura. “The Thunderfist Chronicles” suona alla loro maniera, non spostandosi ormai da binari consolidati.
Musica scanzonata, cori da taverna, substrato folk con temi ironici, nerd, strampalati e leggeri; la musica degli Alestorm è quel misto mare che li ha resi i paladini del ‘true Scottish pirate metal’, quindi coloro ai quali piace il genere si troveranno a fischiettare i ritornelli davanti al proprio boccale di grog, mentre per quelli che cercano novità, musica d’impatto e sperimentazione non resterà altro che portare altrove le proprie orecchie.
Qualcosa di positivo nel precedente mini-album lo avevamo ritrovato, mentre invece con questa ultima fatica ci siamo ritrovati incagliati di nuovo nell’abitudinario: tutto molto spassoso, forse, dal vivo, più piatto in fase di ascolto.
