ALICE COOPER – Love It To Death

Pubblicato il 09/03/1971 da
voto
9.0
  • Band: ALICE COOPER
  • Durata: 00:36:58
  • Disponibile dal: 09/03/1971
  • Etichetta:
  • Warner Bros

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Nel 1970 gli Alice Cooper, dopo aver pubblicato due album per l’etichetta di proprietà di Frank Zappa, si ritrovano per la prima volta di fronte ad un passaggio di etichetta: Zappa, infatti, è troppo occupato per potersi occupare in maniera continuativa di una label, pertanto decide di vendere per soli cinquantamila dollari il suo catalogo alla Warner. Questo, però, non è l’unico cambiamento in atto nella band, né il più profondo: gli Alice Cooper sentono la necessità evolversi, di fare un netto passo in avanti. Dal vivo questo si traduce in un approccio visivo ancora più estremo, cruento: è proprio in questo periodo che nelle teste della band inizia a ronzare l’idea di simulare una sorta di esecuzione ai danni del loro cantante, come fulcro dell’esibizione.
Nel mentre il manager Shep Gordon si mette al lavoro per cercare un produttore che potesse dare una mano alla band nella creazione del nuovo album, già in fase avanzata di scrittura: la sua prima scelta cade sul canadese Jack Richardson, che però non sembra essere interessato e offre, in alternativa, un suo giovane collaboratore, Bob Ezrin. Quest’ultimo non ha esperienza sul campo, ma in compenso ha un talento enorme, un eccellente bagaglio musicale dato dalla sua formazione come pianista classico e la giusta ambizione. Ad Ezrin il rock non piace, se non nelle sue espressioni più delicate ed eleganti e, alle sue orecchie, la musica degli Alice Cooper risulta semplicemente terribile: nonostante questo il neoproduttore decide di andare a vederli dal vivo e lì, nel loro contesto ideale, riesce ad intravedere tutte le potenzialità di Alice e compagni che, però, non riescono ad essere espresse a dovere in studio. Ezrin, quindi, prende la band, la chiude in un granaio trasformato in sala prove e, pezzo dopo pezzo, li trasforma nei veri Alice Cooper. Lo fa indirizzandoli verso un sound più omogeneo, laddove la band tendeva a lavorare per singole canzoni, spesso completamente avulse da un contesto coerente; lo fa andando ad intercettare tutti i tentativi dei musicisti di imitare lo stile di altre formazioni più famose; e, soprattutto, lo fa lavorando sulla voce di Alice, facendo emergere quella sua unicità che avrebbe rafforzato l’impatto visivo costruito intorno al suo personaggio.
Letta così, si potrebbe immaginare che il merito del successo di “Love It To Death” sia tutto frutto del talento di Ezrin, ma ovviamente non è così. Bob è un eccellente arrangiatore, ma non è l’autore delle splendide canzoni contenute nell’album. Non solo, l’apporto della band è fondamentale anche per mantenere inalterato lo spirito duro e iconoclasta che li contraddistingue. Come abbiamo già detto, Ezrin non ha una formazione rock: il suo approccio, se non mediato, sarebbe stato molto più vicino al ‘wall of sound’ di Phil Spector e in più di un’occasione la band si trova costretta a battere i piedi per frenare l’entusiasmo del produttore.
Per nostra fortuna, le varie personalità riescono a trovare il miglior equilibrio possibile e “Love It To Death” segna il primo capolavoro discografico di una band che, finalmente, ha trovato la sua voce. Nelle otto composizioni trovano spazio splendidi esempi di hard rock energico, come l’iniziale “Caught In A Dream”, “Long Way To Go” o “Is It My Body”, che diventerà in breve uno dei classici della band. Le pulsioni spettrali della band trovano uno sfogo in “Second Coming” ed “Hallowed Be Thy Name”, ma la sintesi perfetta dell’intero lavoro può essere trovata in tre brani. La prima è “Black Juju”, una lunga composizione stregonesca, giocata tutta sulle percussioni ossessive di Neal Smith e sull’atmosfera sciamanica evocata dalla voce di Alice, che faceva proprio da colonna sonora ai momenti più orrorifici delle performance dal vivo del cantante. La seconda, ovviamente è “I’m Eighteen”, una vera e propria hit generazionale, capace di raccontare il disagio di migliaia di giovani nel loro percorso verso l’età adulta. Ed infine una canzone che rappresenta ancora oggi uno dei vertici della produzione di Alice Cooper: “The Ballad Of Dwight Fry”, con il pianoforte dolce e spettrale suonato da Ezrin e una performance di Alice di intensità pazzesca, capace di restituire tutta la disperata follia del suo protagonista.

TRACKLIST

  1. Caught in a Dream
  2. I'm Eighteen
  3. Long Way to Go
  4. Black Juju
  5. Is It My Body
  6. Hallowed Be My Name
  7. Second Coming
  8. Ballad of Dwight Fry
  9. Sun Arise
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