7.0
- Band: ALL HELL
- Durata: 00:31:15
- Disponibile dal: 21/10/2016
- Etichetta:
- Prosthetic Records
- Distributore: Audioglobe
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Se avete gusti musicali pretenziosi, girate pure alla larga da questo lavoro; se invece amate le atmosfere becere, l’ignoranza e la violenza gratuita, beh, non fatevelo scappare. “The Red Sect”, secondo album degli americani All Hell, era comparso su Bandcamp e sul mercato d’oltreoceano circa un anno fa, ma gode finalmente di pubblicazione e distribuzione anche dalle nostre parti grazie ai tipi di Prosthetic Records. Questo lavoro si muove senza scossoni nel solco del black’n’roll più intransigente, risultando piacevole e trascinante per tutta la sua durata. “Crossroads” apre l’album con un arpeggio volutamente sgraziato e grezzissimo, raddoppiato da una batteria marziale prima dell’ingresso del primo riff, alias il primo pugno servito in faccia all’ascoltatore. Chitarre a ritmi forsennate, la voce abrasiva di Jacob Curwen e il gioco è fatto; “Mass Possession” è puro punk metal in chetamina, “Venomous” (come la maggior parte dei brani qui presenti) sono i Sodom del 1987 suonati con un mixaggio migliore – ma di poco, per fortuna. “Blood For The Baron” non cambia le carte in tavola, anche se cede a un approccio vagamente più catchy nel bridge centrale e sul ritornello, quasi a introdurre la seguente “Graveyard Slut”; questo brano potrebbe essere senza dubbio il singolo vincente, se mai un album così godesse di heavy rotation in radio: il riff è il più ‘morbido’ e incisivo dell’album, sempre a metà strada tra thrash primevo di scuola teutonica e immediatezza punk. “In My Command”, ossessiva quanto basta, sposta l’asticella dei riferimenti musicali ancora più indietro nel tempo, verso la lezione di Tom G. Warrior, era Hellhammer – ‘uh!’ d’ordinanza compresi; urletti che vengono ripresi nella successiva “Blackshape”: meno di due minuti di durata, ma sufficienti come un round di boxe contro Tyson, in cui la sopravvivenza uditiva ci viene garantita solo dall’evocativo rallentamento della parte centrale. E comunque parliamo solo di una manciata di secondi. Il trittico finale si attesta sulle coordinate precedenti, con solo una maggior visibilità della sezione ritmica; in particolare grazie a due fill-in di basso che più old school non si può in “The Unseen”, e un bel rallentamento vagamente doom sul finale della conclusiva title track. Dieci brani in costante uptempo, che superano in una sola occasione i cinque minuti di durata, senza un attimo di respiro; proprio come ogni tanto serve per dimenticarsi pure i congiuntivi. Hail Satan.
