7.5
- Band: ALL OUT WAR
- Durata: 00:29:00
- Disponibile dal: 03/02/2023
- Etichetta:
- Translation Loss
Attivi sin dal principio degli anni Novanta, gli All Out War per una buona fetta della loro storia hanno dato l’idea di essere il classico gruppo radicale, fiero delle proprie origini e della sua personale direzione musicale, assai poco incline a cambiare e a scendere a compromessi. Per lungo tempo si sono susseguiti lavori sostanzialmente intercambiabili fra loro, molto simili sia a livello di songwriting che di scelte di produzione; in seguito, dopo l’acclamato ritorno con l’EP “Dying Gods” (2015), la storica band newyorkese ha iniziato a modificare gradualmente il proprio approccio, passando dalle prime oltranziste escursioni in un truce metalcore slayeriano, a una forma di composizione che si è andata esprimendo sempre più attraverso un denso mix di metal estremo e hardcore, avvicinandosi talvolta a vere e proprie arie black metal.
A circa tre anni e mezzo da “Crawl Among the Filth”, gli All Out War si rimettono in gioco con “Celestial Rot”, consegnandoci un album ben architettato nella disposizione di pesi e contrappesi, in equilibrio tra un’essenzialità thrash/hardcore che da sempre caratterizza la loro musica e qualche nuova ambizione a livello compositivo che di certo non intacca la classica ferocia della proposta. Come accennato, già da qualche tempo Mike Score e soci hanno ritoccato leggermente le sembianze della loro creatura, ma è con “Celestial Rot” che certe influenze extreme metal evidentemente care alla formazione vengono definitivamente svelate. Se un tempo il fulcro del sound era ‘frenetico riffing à la Slayer/Kreator + breakdown’, oggi il primo dei due elementi portanti viene talvolta sostituito da attacchi propriamente black-death che riescono a spostare il baricentro stilistico in favore di un più ampio spettro extreme metal che talvolta va in cerca di una maggiore atmosfera, pur ovviamente senza mai rinunciare a una sana fisicità. Qualcuno potrebbe obiettare che, così facendo, gli All Out War stiano smussando il proprio carattere hardcore, ma basta dare un’occhiata alla durata media delle tracce (mai superiore ai tre minuti) e ascoltare i concitati sviluppi di pezzi come “Wrath”, “Caustic Abomination” o “Shroud of Heaven”, nei quali i richiami mosh si fanno prepotenti, per rendersi conto di come il quintetto non abbia affatto perso la propria indole sfrontata e bellicosa. Quello offerto dagli statunitensi, è un torvo mosaico che ha la virtù di non strizzare l’occhio troppo a lungo a mood prevedibili e definiti, evitando così di cadere nella trappola del ‘già sentito’. L’album si presenta come un concept dall’estetica radicale e tutto sommato ricercata per gli standard dei cinque: un disco dai colori e dalle forme particolarmente accesi, che si pone coerentemente in continuità con la discografia più recente e che al contempo suggerisce nuove potenzialità per questa band più che mai dura a morire.
