7.5
- Band: ALL THEM WITCHES
- Durata: 00:43:00
- Disponibile dal: 29/05/2026
- Etichetta:
- BMG
Gli All Them Witches, arrivati con “House Of Mirrors” al loro settimo lavoro in studio e prima pubblicazione per una major come BMG, ritornano sulle scene lasciandosi alle spalle un momento di crisi notevole. L’addio del batterista e co-fondatore Robby Staebler aveva lasciato Charles Michael Parks Jr. e Ben McLeod a chiedersi se avesse ancora senso proseguire, ma l’ingresso del nuovo arrivato Christian Powers ha riacceso in loro la scintilla dell’ispirazione, permettendo di recuperare quell’alchimia necessaria per portare avanti un progetto che non si fonda sulla personalità debordante dei singoli, ma sull’interazione e sul dialogo tra i musicisti.
Per chi non fosse già familiare con la proposta del quartetto, quello che possiamo ascoltare tra i solchi di “House Of Mirrors” è un rock distorto e cupo, venato dal blues ruvido e radicato in una certa America rurale e misteriosa, attraversato da costanti venature psichedeliche figlie dello stoner.
Rispetto al passato, però, gli All Them Witches scelgono una strada più asciutta, che abbandona del tutto le lunghe divagazioni (che tuttavia tornano spesso nella dimensione live), in favore di dieci brani più concisi, racchiusi in poco più di quaranta minuti e registrati in meno di una settimana ai Blackbird Studio assieme al produttore Eddie Spear, già al lavoro con loro ai tempi di “Sleeping Through The War”.
L’apertura affidata a “Red Rocking Chair” è sintomatica di come la band volesse recuperare determinate sonorità. Si tratta, infatti, di una rilettura di un tradizionale folk appalachiano: sei minuti che da un arpeggio spettrale scivolano verso un riff viscoso, quasi doom in una continua alternanza tra momenti elettrici robusti e passaggi malinconici.
Subito dopo, “Culling Line” cambia registro, abbracciando un approccio più caldo, con una progressione che culmina in un assolo dal sapore quasi gilmouriano. Il momento più diretto arriva con “Hold Up, Say What?”, trascinata dalla batteria incalzante di Powers, mentre “Aethernet”, sinuosa e ipnotica, rappresenta forse il momento migliore del disco.
La seconda metà, invece, sembra prediligere le atmosfere più notturne, con “Go-getter” nel ruolo di breve interludio malinconico e sommesso, “The Welterweight” che abbraccia il linguaggio della ballata con esiti tanto classici quanto efficaci, e “Saturn Song” che ci accompagna dolcemente fino alla chiusura del sipario.
Che dire, insomma, di “House Of Mirrors”? Un disco solido, suonato con evidente ritrovato entusiasmo, in cui il ritorno di Allan Van Cleave alle tastiere aggiunge profondità e colore: forse rimane quella sensazione di voler ammiccare un po’ troppo a certe sonorità più mainstream dell’indie rock e in qualche frangente della seconda parte c’è qualche passaggio che gira un po’ a vuoto (ad esempio in “Angel On The Wayside”), pur senza evidenti difetti di scrittura.
Ma per una band che fino a due anni fa stava addirittura valutando di chiudere bottega, ritrovare questa freschezza è già di per sé un risultato non scontato. Avanti così.
