ALMAH – Unfold

Pubblicato il 17/11/2013 da
voto
6.5
  • Band: ALMAH
  • Durata: 01:02:50
  • Disponibile dal: 25/11/2013
  • Etichetta: Scarlet Records
  • Distributore: Audioglobe

“Unfold” rappresenta decisamente un passo importante nella carriera degli Almah, la power band brasiliana fondata sette anni fa dal vocalist Edu Falaschi, che in molti ricorderanno negli Angra fino all’anno scorso. Con il recente split dalla band di Bittencourt e Loureiro, a Falaschi non rimaneva dunque che tentare subito il rilancio del proprio nome grazie un buon album targato Almah, motivo per cui siamo disposti a scommettere che le aspettative del cantante affidate a queste dodici tracce non siano stavolta delle più basse. Tornando alla band e al disco attuale, avevamo lasciato nel 2011 Falaschi e compagni con l’appena uscito “Motion”, controverso album che metteva in campo un suono più moderno e aggressivo, farcito di influenze thrashy e groove che però non sembravano appartenere del tutto al DNA della band. “Unfold” non rinnega completamente la ruvida modernità che costituiva la spina dorsale dell’album precedente ma, oltre sicuramente a diminuirla, riesce ad impastare questi input aggressivi in maniera più omogenea, creando un album meno spigoloso, e di conseguenza più piacevole all’ascolto. Non è solo questione del numero di ballad, del numero dei pezzi power o del numero dei brani più aggressivi presenti; la differenza sostanziale la troviamo soprattutto nel songwriting, che su questo “Unfold” risulta più omogeneo, meglio bilanciato sulle varie influenze che di fatto costituiscono il sound attuale degli Almah. Permangono dunque alcuni pezzi molto aggressivi e diretti, ancora una volta quasi thrashy nel loro mostrare i muscoli. La groovy “The Hostage”, l’opener “In My Sleep” e “Beware The Stroke” sono chiari esempi di come la creatura di Falaschi cerchi ancora di trovarsi una propria identità al di fuori del comodo seminato del power prog, tastando territori appunto più aggressivi; anche se in questo caso i risultati non sono proprio ottimi (anzi, “Beware The Stroke” è proprio brutta, mentre “The Hostage” risulta poco convincente) troviamo che quantomeno sia apprezzabile la decisione di non fare un umiliante dietrofront ritornando alle comode sonorità memori di Angra e Stratovarius che trovavamo nei primi due album, ma di continuare almeno in parte con il percorso musicale intrapreso nell’album precedente. Dal punto di vista dell’ascoltabilità, però, miglioriamo molto in quei frangenti che capitalizzano il potenziale melodico della voce di Falaschi: pezzi come “Wings Of Revolution” o “Believer” saranno magari un po’ più standard e in un certo qual senso ‘commerciali’, ma su ripetuti ascolti mostrano una presa sull’ascoltatore che ai brani citati in precedenza mancava. “Cannibal In Suits” e “I Do” sono canzoni più variegate, che ci riconducono al discorso effettuato in precedenza sulla maggiore omogeneità del songwriting: pur essendo più moderne e aggressive di quanto ci aspettassimo, riescono però facilmente a piacere, facendo di buone scelte melodiche il proprio punto di forza. Con questo concetto risulta chiaro come quindi sulle ballad la band si muova decisamente a proprio agio, con le belle “Warm Wind” e “Farewell” a ritemprarci dopo gli ascolti dei brani più difficili; mentre risultano anche molto interessanti gli esperimenti effettuati sul lato più progressive, con la lunga ed elaborata “Treasure Of Gods” a rappresentare l’apice compositivo del disco. La voce di Falaschi è quanto mai versatile e camaleontica, e grazie a lei e ai begli assoli presenti non possiamo certo dirci insoddisfatti. Pur non facendo urlare al capolavoro, “Unfold” si rivela un bell’album, che sicuramente può proiettare in avanti la carriera di Falaschi e degli Almah.

TRACKLIST

  1. In My Sleep
  2. Beware The Stroke
  3. The Hostage
  4. Warm Wind
  5. Raise The Sun
  6. Cannibals In Suits
  7. Wings Of Revolution
  8. Believer
  9. I Do
  10. You Gotta Stand
  11. Treasure Of The God
  12. Farewell
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