7.0
- Band: ALTAAR
- Durata: 00:34:13
- Disponibile dal: 22/02/2013
- Etichetta:
- Indie Recordings
- Distributore: Audioglobe
Finalmente i norvegesi Altaar riescono a pubblicare il loro album d’esordio tramite la sempre attenta Indie Recordings; diciamo finalmente in quanto ricordavamo che già nel 2009 c’era grande fermento attorno alla band, grazie alla pubblicazione di “Dødsønke”, musicassetta oramai introvabile che sin da subito segnalò la band come una delle potenziali prossime grandi in ambito doom evoluto. Le menti dietro al progetto Altaar sono essenzialmente due, ovvero quella del fondatore Andreas Tylden – ex Thunderbolt ed unica mente dietro “Dødsønke” – e quella di Sven Ove Toft, musicista proveniente dalla scena noise. L’incontro/scontro del noise e del metal ha quindi generato il sound peculiare della band, che però sin da subito si è evoluto verso lidi elettronici e psichedelici ancora ben presenti nelle composizioni. Questa omonima opera prima consta di due lunghi brani: l’iniziale “Tidi Kjem Aldri Att” è una traccia composita, totalmente strumentale e che miscela con sapienza incredibile il doom funereo, qualche spruzzata di depressive black ed elettronica tutto sommato soffusa ma onnipresente, grazie soprattutto ai synth di Espen T. Hangård e allo straordinario gusto di Toft per le sonorità generate artificialmente. Lungo i quasi venti minuti di durata vengono a galla influenze che vanno dal Nortt più atmosferico agli Shining, fino a giungere a Bristol ed alla sua scena dub e trip hop. Nella successiva “Dei Absolutte Krav Og Den Absolutte Nåde” il sound degli Altaar si fa più strutturato e composito, ma la qualità dell’insieme non raggiunge mai i picchi toccati nel brano d’apertura. I Nostri comunque si dimostrano estremamente preparati anche su una traccia che segue canovacci più affini al metal, sebbene carico di suggestioni psichedeliche settantiane e di rumorismo elettro-industriale. In questo caso è stato scelto anche di utilizzare il growl di Tylden per dare più enfasi alla prima parte della canzone, quella più affine al black doom, mentre il finale è ancora strumentale e si permette fughe drogate e lisergiche sopra le quali l’effettistica crea un’atmosfera morbosa e disturbante il cui artefice principale è ancora il buon Sven Toft. “Altaar” è ancora un diamante semigrezzo che però lascia già intravedere la propria lucentezza; è sempre bello vedere dei musicisti mettersi in gioco e scegliere la via meno facile e più rischiosa. Ci si potrebbe già accontentare così, ma abbiamo l’impressione che i norvegesi possano presto compiere un’ulteriore evoluzione che li porterà tra i grandissimi al di là di generi, etichette e catalogazioni. Complimenti.
