6.5
- Band: ALTAR OF OBLIVION
- Durata: 00:46:49
- Disponibile dal: 28/06/2024
- Etichetta:
- From The Vaults
Siamo talmente abituati ormai all’elevata qualità tecnica delle uscite discografiche che, al cospetto di album che da questo punto di vista presentano delle lacune, si corre il rischio di non essere del tutto lucidi in fase di giudizio.
Come avrete intuito è il caso di questo quarto disco di inediti del gruppo danese Altar Of Oblivion, fautori di un epic doom molto vicino al metal classico. I numi tutelari sono Solitude Aeternus e Candlemass, con reminiscenze dei Pagan Altar e una puntina dei connazionali Mercyful Fate; in sporadici frangenti si colgono inoltre accenni di Manowar e Bathory.
Il cantato non si discosta – almeno nelle intenzioni – da quello del texano Robert Lowe che si è cimentato sia con i Solitude Aetenus che coi Candlemass, con un sovrappiù di teatralità alla King Diamond; purtroppo – e qua ci ricolleghiamo al discorso di apertura, la qualità tecnica non è la stessa, e alla lunga rende faticoso l’ascolto. Anche perché, trattandosi di un concept album, basato per giunta su un diario di guerra, e per la precisione del bisnonno materno del chitarrista e fondatore Martin Meyer Sparvath, gli interventi vocali sono molto importanti, corposi e spalmati su tutta la lunghezza del disco, su pezzi per nulla brevi e con parti strumentali ridotte agli assoli di chitarra, a un breve intermezzo e a un finalino con voce femminile sussurrata; quindi in sostanza Mik Mentor – così si chiama il frontman – non dà tregua e per apprezzare il disco è necessario farci i conti.
In verità sul registro tenorile Mik fa anche la sua sporca figura, seppur a volte traballante e sopra le righe, ma su quello baritonale, che condisce con un vibrato un po’ caricaturale, risulta decisamente forzato. Fortunatamente questi episodi sono più contenuti che in passato e la non perfetta tecnica rende comunque Mik Mentor riconoscibile e in qualche maniera perfino magnetico nella sua capacità di catturare l’attenzione dell’ascoltatore; ciò che conta, insomma, è fare il tifo per lui.
Meglio sul lato strumentale, con musicisti appassionati e d’esperienza, dalla tecnica anche qui non eccelsa ma tutto sommato funzionale al genere proposto, più adatto ai fendenti di spada che agli affondi di fioretto.
Ma ciò che salva gli Altar Of Oblivion, e che gli ha permesso di giungere al quarto album di inediti (senza contare singoli, demo, EP e un album dal vivo), è proprio ciò che dovrebbe essere più importante: la capacità di scrivere bei pezzi. Sia chiaro, non si può gridare al miracolo, ma la fede metallica dei danesi è palpabile, ci credono veramente un sacco, e si sente che in questi pezzi ci hanno messo l’anima. A dimostrazione di ciò, si tenga conto che la musica contenuta in quest’album, dichiaratamente non innovativa né rivoluzionaria, è però personale: come già accennato, gli Altar Of Oblivion non imitano più di tanto ai loro padrini Solitude Aeternus e Candlemass, non insistono quasi per nulla su toni estremamente ossianici, e quando devono proporsi su toni mesti, come il concept richiede, lo fanno in maniera discretamente originale; vedasi la ballad “Damnation”: niente di trascendentale, ma più vicina agli Uriah Heep che ai gruppi sopra menzionati. L’ossatura del disco è giocata su un roccioso metal classico a velocità ridotta e ricco di melodie vocali, in grado di soddisfare gli appassionati più retrò e quanti prediligono la veracità alla sofisticazione, l’artigianato alla perfezione dei prodotti in serie.
L’inizio è assolutamente riuscito, con la canzone scelta per il video promozionale, “Nothing Grows From Hallowed Ground”, bel pezzo con un’introduzione strumentale esaltante, un azzeccato break acustico centrale e un trascinante Mik Mentor, particolarmente in palla anche sulla quarta “The Mark Of The Dead” e la settima “The Night They Came”; altre volte si gira un po’ a vuoto, ma i danesi sanno fare gioco di squadra e alla fine li si apprezza comunque dall’inizio alla fine.
Le manchevolezze di cui abbiamo parlato non possono però essere trascurate nel giudizio finale; se decenni fa, quando questo genere prese forma si poteva essere più indulgenti e premiare soprattutto le idee, oggi, nel 2024, non sarebbe più corretto farlo, e quindi anche se gli Altar Of Oblivion questa volta son venuti al contrattacco con elmi ed armi nuove, citando una vecchia canzone, ciò non basta a proiettarli oltre un’abbondante sufficienza.
