7.5
- Band: ALTARS
- Durata: 00:42:38
- Disponibile dal: 06/09/2013
- Etichetta:
- Nuclear Winter Records
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La scena extreme metal australiana e neozelandese è ormai un autentico calderone in cui decine di misteriose entità musicali, una più spregevole dell’altra, ribollono a fuoco lento. Dopo Diocletian, Ignivomous e Portal – giusto per citarne alcune – ecco giungere sulle nostre scrivanie il debut album degli Altars, formazione attiva già da qualche anno e con alle spalle una manciata di pubblicazioni minori nella forma di demo e split. I Nostri, capeggiati dal cantante/bassista Cale Schmidt (già visto all’opera nei notevoli Monomakh), con “Paramnesia” si rendono protagonisti di un efficientissimo death metal dai toni plumbei e apocalittici, tipico della stragrande maggioranza dei gruppi provenienti da queste latitudini, posto a metà strada fra le melmosità dei Morbid Angel di “God Of Emptiness” e “Where The Slime Live”, le severità dei primi Immolation e una certa dose di sonorità “post”, siano esse rappresentate dal black metal allucinato dei Deathspell Omega o dall’avant-death psichedelico degli Abyssal. Otto brani, quaranta minuti abbondanti di musica con la mente protesa verso l’ignoto e i piedi saldamente ancorati alla tradizione, imprevedibili, (quasi) mai lineari ma non per questo privi dello spiccato senso di musicalità figlio delle produzioni death metal Anni ’90. Scendendo maggiormente nei dettagli, passiamo dai feroci blast-beat di “Terse” (poco più di sessanta secondi che rimandano concettualmente agli interludi di un “Blessed Are The Sick”) ai ritmi marziali di “Khaz’neh”, fino alle trame evolute e contorte dell’ultimo segmento di tracklist, in cui figurano episodi da otto/dieci minuti e la vena sperimentale del quartetto emerge in tutta la sua virulenza (basti sentire “Ouroboros”, terzo ed ultimo atto della titanica titletrack). A fare da collante, il growling tetragono di Schmidt e l’ottimo drumming di Alan Cadman – moderno e non troppo distante da quello dei ben più noti Dan Grainger (Beyond Terror Beyond Grace) e Jamie Saint Merat (Ulcerate) – oltre ovviamente al riffing partorito dalla sei corde di Lewis Fischer, indispensabile con le sue spaventose dissonanze al raggiungimento dell’obiettivo prefissato. In definitiva, album caldamente consigliato ed ennesimo centro da parte della minuscola Nuclear Winter Records, per una realtà che non smetteremo certo di seguire. Promossi!
