7.0
- Band: ALTER BRIDGE
- Durata: 01:00:39
- Disponibile dal: 09/01/2026
- Etichetta:
- Napalm Records
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Dopo sette album in vent’anni (che diventano più del doppio considerando i lavori solisti di Mark Tremonti e Myles Kennedy), l’attesa per un nuovo disco degli Alter Bridge è un po’ come quella per il Natale quando si passa dall’infanzia all’età adulta: una sensazione rassicurante, certamente piacevole, ma non più foriera di quelle emozioni e stupefazione tipica dell’età infantile; certamente di volta in volta possono esserci annate più soddisfacenti (come ad esempio l’ultimo “Pawns & Kings”), ma il fatto stesso che gli attori in commedia siano sempre gli stessi per tutti i progetti (compositori, produttore, perfino l’etichetta) rende tutto un po’ più prevedibile anche per gli appassionati irriducibili di modern hard rock, probabilmente più emozionati per il ritorno in grande stile dei Creed.
A destare un minimo d’interesse in più stavolta è la scelta di un album omonimo, traguardo in genere sottendente un senso di nuovo inizio più che di poca fantasia, ma bastano le prime note di “Silent Divide” per ritrovare le coordinate cui siamo abituati, con un riff roccioso vicino ai Sevendust introdotto a partire da “AB III” e la consueta voce nasale di Kennedy, valore aggiunto fin dall’iniziale “One Day Remains” ma ormai decisamente inflazionata (oltre al gruppo principale e al progetto solista è anche protagonista con Slash) e stavolta meno efficace nei ritornelli.
Decisamente interessante viceversa il lavoro delle due chitarre, a partire da “Rue The Day” e “Power Down” (curiosamente scritta da Kennedy dopo aver scoperto il costo della bolletta della caldaia): oltre al consueto gusto melodico del guitar hero italo-americano stupisce il ruolo dell’ex Mayfield Four anche al di fuori della parte ritmica, con duelli incrociati che si preannunciano gustosi dal vivo.
Allo stesso modo, uno dei momenti migliori dell’album è “Trust In Me”, caratterizzata da un riff quasi metalcore e dove la premiata coppia si divide anche le parti vocali in un inedito duetto che avrebbe ben funzionato anche nel contesto del Tremonti solista, così come gli staccati in pieno stile Sevendust di “Tested And Able” (la cui demo non a caso risale ala lavorazione di “The End Will Show Us How”, ultimo album di Mark Tremonti).
Tra gli altri highlight del disco, doveroso citare l’immancabile ballad (“Hang By a Thread”, gradevole se pur lontana dai fasti di “Watch Over You” e “Wonderful Life”) e la conclusiva “Slave To Master”, ennesima variazione sul tema rispetto all’inarrivabile “Blackbird”, superiore all’originale solo in termini di durata (ben nove minuti) ma comunque capace di far vibrare le corde dell’anima, oltre che quelle della chitarra, a colpi di bending.
Le altre canzoni viceversa fungono un po’ da riempitivo (“What Lies Within”, “What Are You Waiting For”) o si fanno tutt’al più ricordare per le parti soliste rispetto ai ritornelli (“Disregarded”, “Scales Are Falling”, dove anche la sezione ritmica si ritaglia un ruolo da protagonista).
Dopo i (timidi) esperimenti di “Walk The Sky”, l’ottavo album degli Alter Bridge si pone sulla scia più heavy del precedente “Pawns & Kings”, pur perdendo qualcosa in termini d’immediatezza: con qualche brano in meno probabilmente la valutazione sarebbe stata leggermente migliore, ma l’importante è che anche stavolta ci siano tre-quattro pezzi da novanta da aggiungere alla consueta scaletta, confermando lo stato degli Alter Bridge come pesi massimi della scena modern hard rock.
