8.0
- Band: AMERICAN FOOTBALL
- Durata: 00:49:43
- Disponibile dal: 01/05/2026
- Etichetta:
- Polyvinyl Records Co.
Gli anni Novanta del panorama indipendente legato alla scena post-hardcore ed emo hanno, più di una volta, regalato realtà che, nonostante una carriera relativamente breve come quella degli Slint o brevissima come quella degli American Football, sono diventate veri e propri gruppi di culto.
Nel caso proprio di questi ultimi, si parla di un intervallo di appena tre anni, dal 1997 al 2000, durante il quale diedero alle stampe il loro debutto, che rimane tutt’oggi uno degli album emo più influenti e importanti di sempre.
A differenza di Mineral, Sunny Day Real Estate o The Get Up Kids, che non abbandonarono mai le loro radici punk e hardcore, Mike Kinsella, Steve Holmes e Steve Lamos si lasciarono immediatamente dietro ogni tendenza aggressiva, abbracciando le strutture rigide di un certo math-rock e la libertà espressiva del post-rock, per un risultato unico e, di fatto, mai replicato da nessun altro gruppo.
Quasi quindici anni di totale silenzio — nei quali Mike si dedicherà al suo progetto solista Owen — separeranno il ritorno, inaspettato, della band, che riprende l’attività live per poi presentarsi con un ottimo secondo album, ancora una volta omonimo, il quale, di fatto, riprende il discorso del debutto senza grossi cambi stilistici, in nome di una coerenza artistica anche a livello visuale (la copertina presenta infatti l’interno di quella stessa casa che compare sul primo lavoro).
I semi di una lenta evoluzione sonora si vedranno però nel terzo album (“American Football (LP3)”), nel quale, oltre a ospiti come Hayley Williams dei Paramore e Rachel Goswell degli Slowdive, la musica degli American Football si fa più rotonda e avvolgente, con riverberi sempre più dilatati e strutture dei brani più lineari, pur mantenendo i classici incastri di arpeggi che sono da sempre il loro marchio di fabbrica.
A cinque anni di distanza arriva dunque questo quarto capitolo che, come da tradizione, mantiene il nome “American Football” e segna un ulteriore passo avanti nella discografia di Kinsella e compagni, mantenendo i languidi suoni shoegaze già introdotti nel recente passato e arricchendoli con arrangiamenti più complessi che lambiscono a volte territori free, come nella traccia d’apertura “Man Overboard”, dai toni decisamente meno rassicuranti rispetto a ciò a cui ci hanno abituati.
Tappeti di synth e una batteria libera da qualsiasi rigidità ritmica avvolgono partiture di chitarra ambientali e dissonanti, e addirittura qualche lontana distorsione, mentre la voce di Mike rimane l’unico porto sicuro al quale aggrapparsi. Un inizio davvero inusuale e spiazzante, che ben si sposa con il mood della componente visiva, caratterizzata da una copertina dai toni rossi.
Brendan Yates dei Turnstile è il primo ospite del disco, in una “No Feeling” che riprende in parte il loro classico suono ma con un’atmosfera che richiama il primo emocore, specie nelle voci sgraziate e volutamente imperfette, impreziosita da alcuni inserti post-rock e da un arrangiamento minuzioso.
“The One With The Piano” è un tributo a suon di pianoforte e tromba alla traccia di chiusura “The One With The Wurlitzer” del debutto, mentre “Bad Moons” è una delicata suite di quasi nove minuti che mescola quel tipo di elettronica dai suoni caldi di band come i Múm alla liquidità ambient di chitarre piene di delay e riverberi, oltre a un crescendo stupendo tra la delicatezza delle linee vocali di Mike e un approccio molto sperimentale nell’uso di rumori e distorsioni, con suoni di batteria lontani e non classicamente rock. Uno dei brani più belli e complessi della loro carriera che, pur suonando pienamente American Football, denota un cambiamento parecchio ricercato in termini di arrangiamenti.
“Blood On My Blood” riporta il tutto su binari più classici, mentre con “Patron Saint Of Pale” ci troviamo di fronte a uno dei loro brani migliori di sempre, capace di passare da vuoti di voce e batteria e interventi di piano dissonanti e destabilizzanti a momenti più delicati, interrotti da suoni e scelte armoniche totalmente fuori dalla normalità; il tutto, in attesa di una coda strumentale in cui chitarre e basso si contorcono su sé stessi in arpeggi e poliritmi deliziosi e intricati, fino a formare una melodia toccante come solo loro sanno fare.
C’è spazio anche per un momento più diretto, con una “Wake Her Up” che riesce a suonare semplice nonostante di semplice ci sia ben poco nelle chitarre complesse e articolate di Kinsella e Holmes, impreziosita inoltre da una raffinata chiusura in cui compare la musicista shoegaze Wisp.
Più complessa invece la splendida “Desdemona”, con i suoi numerosi cambi umorali sorretti da distorsioni appena accennate e una struttura in continuo movimento, impreziosita dagli interventi vocali dell’artista Gelsey Bell.
La chiusura è affidata a “No Soul To Save”, episodio apparentemente più legato al loro classico suono, ma giocato tutto sull’alternanza tra vuoti e pieni e su una scrittura articolata e progressiva dal mood rilassato e disilluso, compendio perfetto di ciò che sono gli American Football attuali: affascinanti, intricati, spesso rassicuranti ma con una punta di quel disagio tipico delle band emo del Midwest americano.
Il suono di questo quarto lavoro diventa più stratificato e complesso negli arrangiamenti, spesso votati alla cura del dettaglio più sottile — prerogativa questa più vicina alla musica elettronica — per evitare il rischio di avvicinarsi a un wall of sound che ne minerebbe quella delicatezza di fondo che è da sempre uno dei punti focali della loro musica.
Il disco della completa maturità, quindi? Assolutamente sì. Un lavoro che maschera una grande complessità di fondo con splendide melodie d’altri tempi e un suono avvolgente, elementi che lo rendono accessibile e consigliato a molti.
Perdere un gruppo prezioso come gli American Football venticinque anni fa sarebbe stata una disgrazia, specialmente alla luce di ciò che ci hanno regalato negli ultimi dieci anni. Detto questo, il quarto lavoro si candida senza alcun dubbio come album dell’anno in ambito indipendente.
