7.0
- Band: AMORPHIS
- Durata: 00:49:38
- Disponibile dal: 26/09/2025
- Etichetta:
- Reigning Phoenix Music
Arriva per gli Amorphis il traguardo dei quindici album in studio: in trentacinque anni di carriera, il gruppo di Helsinki ha attraversato diverse fasi a livello musicale, mantenendo un livello qualitativo sempre piuttosto elevato, a partire dai ruggenti esordi doom/death metal fino alle sonorità più tenui degli ultimi dischi.
“Borderland” non stravolge questo scenario e resta nel raggio d’azione delle uscite più recenti, pur con qualche differenza significativa: la stagnazione non fa parte del modo di lavorare dei finlandesi e, se il precedente “Halo” si caratterizzava per l’asprezza di alcuni episodi, il nuovo arrivato insegue invece la strada della melodia, minimo comune denominatore di brani variegati ma amalgamati da atmosfere delicate e malinconiche.
Ciò che si nota maggiormente è l’utilizzo delle tastiere, praticamente onnipresenti e sempre in primo piano: le trame cinematografiche di “The Lantern” ne risultano decisamente arricchite, con una coda dal gusto psichedelico inusuale quanto convincente, così come “Light And Shadow”, il primo singolo, un brano arioso e leggero che riporta a “Queen Of Time”, mentre “Dancing Shadows” rappresenta la sorpresa più inattesa, talmente orecchiabile e piena di ritornelli da non sfigurare in qualche discoteca alternativa. Il mai sopito spirito folk viene dissotterrato da “Tempest” e la veemenza del passato è affidata a “Bones”, incentrata su chitarre ruvide ed impetuose e un’alternanza tra voce pulita e growl eseguita con una fluidità stupefacente.
Possibile che questa direzione sia stata intrapresa in seguito alla collaborazione con il nuovo produttore Jacob Hansen, al quale è stato assegnato il posto che era stato di Jens Bogren negli ultimi tre dischi, capace di esaltare le doti di Santeri Kallio al di là della solita, gigantesca prova di Tomi Joutsen e della consueta classe a livello compositivo.
Un restyling lieve e ragionato che perlopiù funziona, anche se qua e là affiora un minimo di stanchezza, con qualche riff e qualche linea melodica presi dal passato e la mancanza di un brano realmente memorabile; ma, nel complesso, “Borderland” suona ricco e dinamico, come se fosse il frutto di uno stato d’animo rilassato e di una coesione invidiabile, probabile motivo per cui la vitalità delle origini non è ancora andata persa.
