AMORPHIS – Elegy

Pubblicato il 21/11/2017 da
voto
9.5
  • Band: AMORPHIS
  • Durata: 00:56:12
  • Disponibile dal: 14/05/1996
  • Etichetta: Relapse Records
  • Distributore: Audioglobe

Chiudete gli occhi, rilassatevi ed ascoltate. Da lontano, impercettibile, un sibilo, un suono, una magia si avvicina sempre più. Finché una miscela orientaleggiante si impossessa di voi, del vostro centro nervoso, facendovi entrare tra le fitte – quanto meravigliose – trame di “Elegy”. Siamo nel 1996 e da qualche anno ormai (sei, per l’esattezza), tra le fredde acque finlandesi, si aggira una band destinata a lasciare un segno indelebile all’interno del panorama death/progressive metal più sperimentale. Loro si chiamano Amorphis e, come dice il nome stesso, si presentano come un qualcosa di non meglio definito, di strano, di misteriosamente eclettico. Un fattore enigmatico che, a conti fatti, soprattutto nella prima parte della loro carriera, si è rivelato essere come uno dei maggiori punti di forza. Ognuno degli undici brani, infatti, compresa la versione alternativa di “My Kantele”, si manifesta come un autentico incontro metallico in cui il death più malinconico e melodico s’intreccia perfettamente a stacchi di progressive/doom, oltre che psichedelici, lasciando che il growl faccia il diavolo a quattro con il cantato più pulito. Una sorta di ‘beauty and the beast’ messo in scena su una tavola musicale policromatica, avvolgente, trascinante, per quello che, secondo chi scrive, rimarrà il picco mai più raggiunto dal gruppo scandinavo. Una varietà stilistica ad ornamento di un viaggio lungo circa un’ora intriso di tristezza, straripante esplosioni di energia ed ispirato esclusivamente al Kalentelar, una raccolta di settecento testi, tra poemi e ballate, basati sulla tradizione finnica. E’ la trascendente “Better Unborn” ad aprire le porte di questo sentiero in cui il sovrannaturale va a braccetto con la storia naturalistica tipica della penisola nordica. Suoni arabeggianti, innalzati dal sitar elettrico di Esa Holopainen (mastermind della band), anticipano l’entrata in scena dell’ugola gutturale di Tomi Koivusaari (chitarrista e co-fondatore del gruppo) a diretto rimbalzo con il clean del neo arrivato Pasi Koskinen. Ed è proprio questo ingresso a sconvolgere, in positivo, le carte in tavola: il doppio vocalist permetterà ai finlandesi di slegare ulteriormente gli strumenti, così da interpretare al meglio i continui sbalzi d’umore musicale. Quasi più ‘catchy’ è “Against Widows”, in cui un death più scandito si mescola perfettamente ad avvitamenti psichedelici in grado di catapultare l’ascoltatore in un vortice emozionale quasi ipnotico. E a proposito di ipnosi: è la tastiera di Kim Rantala (altro componente ‘da novanta’) ad introdurre il mistero di “The Orphan”, in cui, al termine della parte cantata, vi è un’autentica corsa, o meglio una rincorsa, grintosa ma nel contempo malinconica, caratterizzata dalla continua sovrapposizione delle due chitarre, che porta così ad un finale davvero esplosivo dove tutti gli strumenti si ritrovano a banchetto per una vera e propria pace dei sensi sonora. Ciò che avviene in seguito è invece una festa sensoriale: la scarica brutale di “On Rich And Poor” anticipa i vocalizzi di Koskinen, prima di un riff che si stampiglierà nel cranio per non lasciarci mai più; un riff che riporterà il brano al suo punto iniziale per una riproposizione ancora più grintosa. Un album speciale che va ascoltato tutto d’un fiato, anche grazie a canzoni speciali come “My Kantele”: quasi doom nel suo incedere prima che le note spiazzanti di Rantala aprano il versante più prog dell’intero pezzo, così fino al termine quando un death malinonico prende il sopravvento. Un album nell’album in quanto ogni brano, pur facendo storia a sé, si lega perfettamente a quello che lo ha preceduto e a quello che lo seguirà. E’ il caso della stranissima “Cares”: la pluri-musicalità si erge ad assoluta protagonista, slanci chitarristici lasciano spazi a virtuosismi di tastiera; un vortice sonoro di altissimo livello. Una complessità magistrale di esecuzione che trova un ulteriore tassello di conferma nel brano successivo. C’è maestria da vendere in “Song Of The Troubled One”: dopo un passaggio prog in apertura di brano, una cavalcata strumentale fa la sua entrata a gamba tesa, trascinando con sé continue sovrapposizioni di ritmo oltre ad un riff più semplice che sembra voler dare ordine ad un pezzo in cui il caos interiore la fa da padrone. E’ sulla riva di un fiume, appunto con “Weeper On The Shore”, che gli Amorphis cercano di prendersi, o di farci prendere, un lungo sospiro, pur inserendo i canonici richiami ‘decadenti’, prima della definitiva dichiarazione d’intenti, espressa nella title-track in cui l’attesa, il sublime, la rabbia, la riflessione e la tecnica si danno appuntamento per quello che risulta essere una perfetta apoteosi del suono. Semplicemente fantastica. “Elegy” è più di un full-length, difficile da catalogare, da inquadrare in un unico genere e bollare con un unico aggettivo. E allora, dovendo scegliere, ci affidiamo alle note di “Relief”, un vero e proprio sollievo che ci accompagna verso l’eternità di un viaggio targato Amorphis; viaggio che tutt’oggi, a quasi vent’anni dalla sua pubblicazione, rimane sempre magico e ipnotico.

TRACKLIST

  1. Better Unborn
  2. Against Widows
  3. The Orphan
  4. On Rich And Poor
  5. My Kantele
  6. Cares
  7. Song Of The Troubled One
  8. Weeper On The Shore
  9. Elegy
  10. Relief
  11. My Kantele (acoustic version)
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