7.5
- Band: ANCIIENTS
- Durata: 00:58:38
- Disponibile dal: 30/08/2024
- Etichetta:
- Season Of Mist
Erano scomparsi dalla circolazione quando li immaginavamo ormai prossimi al decollo, i canadesi Anciients: otto anni fa – proprio pochi non sono – ci avevano ben convinto con il loro secondo album “Voice Of The Void”. Una pubblicazione che non faceva nulla per nascondere le sue influenze manifeste – Mastodon e Baroness, con gli Intronaut appena dietro – che nel suo peccare di originalità e ricerca di una dimensione molto personale, compensava ampiamente con una scrittura vibrante e variegata.
Sludge progressivo, spunti death metal old-school, brio e ariosità figli del metal classico datato e moderno, la capacità di volteggiare nella complessità senza perdere in trazione e impeto, facevano di quel disco un’uscita meritevole di attenzione: se non per un pubblico trasversale, almeno per chi frequentava assiduamente i dintorni dello sludge di ampie e melodiche vedute.
Invece degli Anciients si sono successivamente perse le tracce, senza che fosse data un’esaustiva spiegazione di tale pausa. Una sosta ai box che pareva essersi trasformata in pietra tombale, mentre adesso i nordamericani sono giunti al terzo album, che potrebbe riportarli sull’onda di certe sonorità complesse, profonde ed emozionali mai andate fuori moda. Anzi, seppure la corrente sludge progressiva, nelle sue connotazioni originarie, si sia assottigliata nelle sue fila e non abbia più chissà quanta centralità tra le sonorità ‘di tendenza’, la vena emotiva della quale era portatrice ha contagiato vari ambiti del metal tutto. Tant’è che quello che qualche anno fa era sludge, o sludge-doom, si è spesso trasformato in qualcosa di più affine all’hard rock, sempre tendente al progressivo. I Baroness prima citati ne sono l’esempio lampante, una strada percorsa anche dai Mastodon, i quali però hanno sempre vissuto su un altro piano, sfoggiando una ricchezza di idee che li pone in una nicchia a sé stante.
Gli Anciients del 2024 non vanno effettivamente a tradire il loro passato ed è possibile riabbracciarne le principali caratteristiche fin dall’opener “Forbidden Sanctuary”. Effettivamente, si nota un respiro diverso nel modo in cui il brano si muove, muta, scatta e si rilassa, facendo intuire che, secondo una parabola per nulla nuova nel settore, anche i musicisti di Vancouver abbiano assimilato una maggiore riflessività e voglia di prenderla calma, almeno a tratti.
Scopriamo l’acqua calda osservando come la band, invecchiando di qualche anno i suoi componenti, sia andata verso un disegno complessivo più spostato verso tempi medi densi, meno pressanti, pensati per emergere nel loro fulgore un po’ per volta, ardendo a fuoco lento invece che in fiammate altisonanti. Voci angeliche, aperture psichedeliche, arpeggiati acustici, sono ingredienti ora centrali nella raffinata alchimia dei canadesi.
Irrompono sospiranti riflessioni, ci si adagia nella pace, andando ad avvicinarsi molto alle idee dei Mastodon più tranquilli e progressivi (dalle parti di “Crack The Skye”, per intenderci), come nelle morbidezze prog di “Is It Your God”, nella prima metà guidata da soliste cristalline e una voce altrettanto pulita e setosa. L’alternanza di pulito e growl funziona abbastanza bene, concedendo alle voci sporche un loro spazio ma evitando che la componente più rude possa prendere il sopravvento. Serve più che altro da variazione, per non rendere fin troppo calma l’azione della band.
“Beyond The Reach Of The Sun” presenta una grande varietà di contenuti, stringendo i tempi in favore di un sentire metal più istintivo e selvatico solo in poche, selezionate occasioni, mentre il cuore del disco è in andamenti variopinti, sospesi tra incanto e moderato dinamismo, in questo avvicinandosi parecchio agli Intronaut degli ultimi lavori. Anche se, nel caso degli Anciients, vi è un sentire vicino alla dimensione puramente rock, dando risalto all’orecchiabilità delle melodie e a ritmi mai complicatissimi (ne è un ottimo esempio “Melt The Crown”).
Anche puntando su ritmi più accesi, l’operato del gruppo resta agile, incalzante ma senza sporcare i toni, lavorando accuratamene per mantenere il suono rotondo e gradevole, sia nelle ritmiche chitarristiche che nel turbinare solista, un elemento di eccellenza lungo tutto l’arco dell’album (“Celestial Tyrant”).
In qualche occasione il crogiolarsi nell’estasi fa perdere un po’ di spinta, come è vero che il growl saltuariamente sembra un filo sopra le righe (“The Torch”), rispetto al contesto strumentale dove viene inserito. Piccole smagliature a un disco che riporta gli Anciients tra noi in un buono stato di forma, bravi ad ampliare i propri registri sonori e ancora in tempo per poter riconquistare una discreta fetta di estimatori.
