6.5
- Band: ANDI DERIS AND THE BAD BANKERS
- Durata: 00:43:52
- Disponibile dal: 22/11/2013
- Etichetta:
- earMusic
- Distributore: Edel
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Spread, corruzione, speculazione, disoccupazione e recessione sono solo alcuni dei termini economici, politici e finanziari che da qualche anno rimbalzano all’impazzata come la biglia di un flipper dalle più autorevoli redazioni delle testate giornalistiche di mezzo mondo. Su questi temi a dir poco incandescenti, Andi Deris, in compagnia dei Bad Bankers, scolpisce il suo ritorno da solista dopo ben quattordici anni dal valido “Done By Mirrors”. “Million Dollar Haircuts On Ten Cent Heads” è un disco stilisticamente ubicato anni luce dal cosiddetto ‘happy metal’ degli Helloween, impegnato invece in più di un’occasione a rivisitare il cupo sound di Seattle. Il lavoro viene confezionato da una produzione in chiave moderna e ruspante, allo scopo di evidenziare l’irruenza delle chitarre, la ruvida performance canora ed i monolitici pattern di batteria. Reclutati alla sua corte tre giovani e sconosciuti musicisti (scelta curiosamente simile a quella fatta da Bruce Dickinson nel controverso “Skunkworks” del 1996), il frontman di Karlsruhe tradisce in parte le considerevoli aspettative create intorno alla sua indubbia capacità di scrivere delle buone, talvolta ottime, canzoni, come spesso ha dimostrato in venticinque anni di onorata carriera. Il livello altalenante del songwriting limita la longevità di un lavoro che lambisce una sgradita mediocrità in alcuni episodi come la rude “Cock”, l’introspettiva “Will We Ever Change” e la ridonante “Enamoria 1.8”, purtroppo fiaccate da melodie vocali scolastiche e stantie. Per nostra fortuna non mancano alcuni episodi solidi ed ispirati come “Don’t Listen To The Radio (TWOTW 1938)” – astutamente scelta come singolo per via del suo chorus irresistibile – e “Banker’s Delight (DOA)”, resa avvincente dal suo riffing circolare che le permette di progredire in una stentorea bordata heavy; “The Last Days Of Rain” e “This Could Go On Forever” vengono invece baciate da un millimetrico dinamismo nel quale Deris raggiunge notevoli picchi espressivi. Atmosfere plumbee gravitano su “Blind” e “Who Am I”, entrambe sviluppate su di un linguaggio sonoro intenso, quasi sofferto, mentre torniamo a solcare sentieri anonimi con “I Sing Myself Away”, mesto epitaffio per chitarra e voce che sigilla un lavoro imperfetto, ma quantomeno pregno di umana indignazione. “Fuck banks, fuck managers, fuck bankers”.
