ANDREW W.K. – God Is Partying

Pubblicato il 07/09/2021 da
voto
8.0
  • Band: ANDREW W.K.
  • Durata: 00:40:28
  • Disponibile dal: 10/09/2021
  • Etichetta:
  • Napalm Records
  • Distributore: Audioglobe

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Ai nati post-2000 probabilmente dirà poco, ma per i ‘boomer’ all’ascolto il nome di Andrew W.K. non può che rievocare ricordi di vent’anni fa, quando internet era ancora a 56 K e il suo naso sanguinante, ritratto nell’artwork del debutto “I Get Wet”, occupava le copertine dei giornali specializzati, con annesse polemiche sull’incentivo alla cocaina e leggende sulla provenienza dell’emoglobina (a detta dell’artista frutto di una mattonata autoinflitta prima dello shooting). Al netto del clamore mediatico, l’esordio resta un bel dischetto di party-rock, ma già dal successivo “The Wolf” il palestrato cantante sembrava voler prendere una direzione più tranquilla, alternando negli anni successivi ad una carriera da musicista più di nicchia (almeno a queste latitudini) diversi altri ruoli (attore, scrittore, conduttore radio/televisivo, produttore, imprenditore, motivatore, ambasciatore e perfino recordman mondiale alla batteria!). Ci voleva dunque la solita Napalm Records, abile come Netflix nel far leva sull’effetto nostalgia di noi (giovani) adulti, per riportare al grande pubblico il poliedrico artista (che, giova ricordarlo, suona tutti gli strumenti sul disco), e dopo numerosi ascolti di “God Is Partying” possiamo dire che ne è valsa la pena. Al netto del richiamo del titolo (che sarebbe piaciuto ad Ibra) e della maglietta bianca i punti di contatto tra questo disco e  il sopra citato debutto sono pressoché nulli: la sirena che apre “Every Sins” lascia presto spazio ad atmosfere decisamente più epiche, come se l’ex re della festa fosse andato negli anni ’10 a ripetizione dal maestro Devin Townsend. L’impressione trova presto conferma con la successiva “Babalon” – un brano in odore di Mercyful Fate, con tanto di falsetto finale halfordiano, che ad un ascolto al buio avremmo associato ai Ghost di Tobias Forge più che all’autore di “Party Hard” o “Party Till You Puke” – anche se l’apice emotivo per chi scrive arriva nei sei minuti di “No One To Know”, in un crescendo di arrangiamenti da pelle d’oca che ci fa scomodare anche dei mostri sacri come i Pink Floyd. Interessante pure la parte centrale, con le electro-percussioni di “Stay True To Your Heart” e i synth minacciosi di “I’m In Heaven” inframezzati dalla strumentale “Goddess Partying”, ma il meglio deve ancora venire. Dopo una semi-ballad bonjoviana resa quasi meglio dell’originale (“Remember Your Oath”), arrivano infatti la pantagruelica “My Tower” ed infine “And Then We Blew Apart”, che in poco più di quattro minuti riesce ad infilare un piano di lennoniana memoria, gli arrangiamenti degli Sparks ed un finale in crescendo a là Queen: non male, per uno che vent’anni fa aveva bisogno di prendersi a mattonate in faccia per ottenere il classico quarto d’ora di celebrità. Bicipiti e maglietta saranno pure gli stessi del 2001, ma per il resto c’è un nuovo cantautore in città: amanti dell’hard rock sinfonico, consideratevi avvisati.

TRACKLIST

  1. Everybody Sins
  2. Babalon
  3. No One To Know
  4. Stay True To Your Heart
  5. Goddess Partying
  6. I'm In Heaven
  7. Remember Your Oath
  8. My Tower
  9. And Then We Blew Apart
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