6.0
- Band: ANDROMEDA
- Durata: 01:04:18
- Disponibile dal: 21/11/2011
- Etichetta:
- Inner Wound
Come giudicare “Manifest Tyranny” dei progsters svedesi Andromeda? Già ad un primo ascolto ci si può accorgere che la risposta a questa domanda è in realtà difficile da trovare. Mentre con “II=I” e, soprattutto, “Chimera” potevamo notare tutti i segni di un preciso cammino che portava la proposta della band da lidi fin troppo complessi ad una forma più matura e infarcita di maggiori influenze, con “Manifest Tyranny” ciò si interrompe e il sound esplode in una miriade di frammenti musicali sparsi in una vasta galassia; frammenti che però non risultano collegati tra loro. Il problema principale di “Manifest Tyranny” è infatti questo: le canzoni si succedono nel lettore in un certo ordine solo perché così sono state incise nei solchi del CD, e non paiono seguire alcun filo logico che faccia intuire un qualche tipo di discorso coerente alla base. Le chitarre ribassate e il suono ruvido della scialba opener “Preemptive Strike” non sembrano sposarsi affatto con le aperture melodiche iniziali del singolo “Lies ‘R’ Us” o con le atmosfere ariose della elegante “Chosen By God”; così come la struttura intricata e complessa della suite “Asylum” non si accosta bene alla struttura più bilanciata ed ascoltabile di “Survival Of The Richest”. L’idea è quella di un calderone di influenze e sonorità che già peraltro erano presenti nel precedente “Chimera”, anche se indubbiamente amalgamate molto meglio. Visto ad un primo ascolto, “Manifest Tyranny” ha l’aspetto di un lavoro incompleto, un frullato di tanti ingredienti magari pure buoni, che però non sono stati tritati fino in fondo e rimangono dunqe presenti in grossi pezzettoni sparsi nell’impasto generale. Questo difetto, in verità, forse irrita più ancora di una mancanza effettiva di idee, perché mostra a sprazzi una serie di soluzioni o aperture che se sviluppate con la giusta cura avrebbero prodotto un sicuro hot album, invece così l’ascoltatore è costretto a tenersi aggrappato ai pezzi che più gli piacciono, con la continua preoccupazione che essi possano sparire anche solo il minuto dopo, sostituiti da qualcosa di completamente diverso. E così, dopo uno stacco arioso di mirabile emozionalità, troviamo una asfittica e incongrua base ritmica distorta, cui subito dopo segue un assolo melodico dall’enfasi molto pronunciata. Dov’è la logica in tutto questo? Forse siamo noi che non la troviamo nei solchi del disco, ma ciò è indicativo comunque del fatto che esso non riesca ad avvicinare a se gli ascoltatori. E, per una volta, non finiamo la recensione con la rassegnazione che segue l’aver ascoltato un’opera senza idee o con la stizza che deriva dall’ascolto di un album che copia le idee altrui (il 90% delle bocciature ha queste due origini); piuttosto, la sensazione predominante è il rammarico di non aver tra le mani un album che avrebbe potuto darci molto, ma che in virtù di un certo disordine all’interno delle menti del gruppo è riuscito solo a metà. “Manifest Tyranny” sarebbe anche più che sufficiente, già solo per la mera quantità di buone idee presenti, ma la bassissima fruibilità dell’album nel suo complesso ci costringe a ribassare il giudizio di quasi un punto, fermandoci nei pressi di questa squallida, risicata sufficienza. Probabilmente, potrà piacere solo a sporadici ascoltatori, che trovano a differenza nostra un filo conduttore che gli permetta di navigare questi quasi settanta minuti senza perdersi nei loro meandri.
