5.5
- Band: ANGUS McSIX
- Durata: 00:41:52
- Disponibile dal: 13/03/2026
- Etichetta:
- Napalm Records
Quanto ci vuole a diventare una parodia di se stessi, fare il giro e tornare ad essere quantomeno credibili? Il caso degli Angus McSix, nati dopo il licenziamento di Thomas Winkler dai Gloryhammer, è uno di quelli che fanno riflettere proprio su questa domanda.
Dopo l’uscita dello stesso Winkler, il cui posto è stato preso da Samuel Nyman dei Manimal, gli unici due musicisti originali che guidano ancora questa bagnarola – purtroppo oramai – alla deriva sono Thalestris, Queen of the Lazer (nome d’arte di Thalia Bellazzecca, già nei Primal Fear), e Arch Demon Seebulon (ovvero Seeb Levermann degli Orden Ogan).
Al di là della telenovela che si svolge dietro le quinte, con siparietti sui social, video che introducono i nuovi membri e altro ancora, oggi siamo finalmente (si fa per dire) arrivati a “Angus McSix and the All-Seeing Astral Eye”, secondo capitolo della saga power-techno metal che il quintetto porta sui palchi di tutta Europa da un po’ di tempo.
Per carità, si sente che dietro a tutto ciò c’è una squadra di musicisti scafati che sa benissimo quello che sta facendo (ne abbiamo anche scritto nel report del concerto dei Wind Rose dello scorso ottobre, dove i tedeschi erano la band di apertura), e la tracklist contiene anche una serie di collaborazioni che meritano di essere citate, ma è inevitabile che l’effetto noia arrivi senza troppi fronzoli dopo sole due tracce.
Se “6666” e “The Fire Of Yore” giocano a fare le classiche cavalcate power, con tempi veloci e ritornelloni roboanti, non possiamo fare a meno di notare come la mancanza degli assoli nella maggior parte delle tracce, demandati principalmente alla tastiera che tiene alta la bandiera della tamarraggine, finisca in un certo senso persino per screditare la bravura dei due ottimi chitarristi che stanno dietro alle sei corde.
Si nota come la maggior parte dei brani segua in modo quasi sospetto quella struttura che gli Orden Ogan hanno ormai consolidato nei loro ultimi dischi, con un’aria però più bombastica e da “Masters Of The Universe”, con tanto di ritornelli che potrebbero tranquillamente ricordarci una “The Order Of Fear” qualsiasi.
Andando avanti con l’ascolto, sono poi brani come la conclusiva “The Power Of Metal”, che vede ospiti nientemeno i Freedom Call, a regalarci un vago sussulto d’interesse in un pasticcio generale che – fra tastiere, chitarre sempre appiattite sotto ad esse e parti recitate – finisce per lasciare l’ascoltatore abbastanza indifferente.
Almeno, la presenza di questi musicisti e dei Rhapsody Of Fire, nella terza “I Am Adam McSix”, riescono a tirare fuori qualcosa di più vicino al vecchio power metal rispetto a quello che fuoriesce dalla nostre casse, che va bene come sottofondo per una partita a “League Of Legends” o a qualche altro videogioco multiplayer.
Persino il povero Nyman, ottimo cantante, viene spesso costretto fra scenette, ritornelli ripetuti mille volte e parti recitate, a fare semplicemente un compitino senza mai davvero riuscire a svettare sul resto della compagine strumentale, forse per paura che accennare qualcosa di più metal e meno elettronico possa disturbare l’ascoltatore.
Non mettiamo in dubbio che tutto ciò dal vivo possa nuovamente funzionare bene, anzi, ci siamo anche moderatamente divertiti quando abbiamo incrociato dal vivo gli Angus McSix, ma “Angus McSix and the All-Seeing Astral Eye” continua a scadere nei cliché più noiosi del power metal moderno fortemente influenzato dalla musica elettronica: quei classici brani che vanno bene finché sentiti di sfuggita in una playlist casuale, ma che finiscono per stancare velocemente dopo pochi ascolti.
