ANTAGONISTE – The Myth Of Mankind

Pubblicato il 18/08/2015 da
voto
8.0
  • Band: ANTAGONISTE
  • Durata: 00:51:59
  • Disponibile dal: 30/03/2015
  • Etichetta: I Voidhanger Records
  • Distributore: Avantgarde Music

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L’opulenta scena francese black metal, una delle più floride in termini di inventiva e pulsioni sperimentali, ci rallegra nuovamente con una one man band nuova di zecca, trasversale ai generi e ai canoni estetici: quella degli Antagoniste. A supportarne l’operato è la nostrana I, Voidhanger, che ha dato man forte a questo giovane musicista transalpino (ne sono noti il volto ma non le generalità) nel dare una forma definitiva al suo ambizioso progetto. “The Myth Of Mankind”, dal titolo al colorato lavoro grafico, fino ai testi intrisi di simbolismi e combattuti fra pessimismo e bisogno di ascesi, si connota come un concept di ambiguo significato filosofico/ritualistico, vago filone molto sfruttato nello scenario extreme metal moderno, e che nel caso degli Antagoniste sembra comunque attingere a un immaginario svincolato da modelli convenzionali. Le contraddizioni di pensiero riversate nei testi influenzano anche l’apparato musicale, che si evolve secondo traiettorie anomale: cocciuta durezza nelle fasi di avvio dei brani, con le massicciate di suoni pungenti poste nei primi minuti che quindi digradano senza contrasti – ma pure senza tentennamenti né colpi di coda – verso una musica progressiva generalmente plumbea, talvolta quasi sognante, con il coefficiente di rarefazione a toccare il suo apice nella suite di chiusura “The Wanderer”. Il black metal in questo disco è un punto di partenza, il campo base dal quale provare la scalata a vette musicali più o meno lontane, più o meno difficili da raggiungere e annettere allo stile di partenza, secernendo una nuova ‘sostanza’ musicale che sia stabile, solida abbastanza da non sfaldarsi dopo i primi ascolti. Quando la creatura Antagoniste si presenta, il suono è industrialoide, rigonfio di effettistica e riverberi, scolpito con tratti netti in un marmo elettrico che vede risaltare influssi noise molto forti, un meccanicismo controllato che ammanta il tutto di un flavour tecnologico/apocalittico, formando una specie di crasi fra Ken Mode, Anaal Nathrakh, Dodheimsgard e i Samael da “Passage” in avanti. Riff semplici e ad effetto, come quello di “The Barren Lands”, sono minacciati da stratificazioni di suono tratteggianti un sottile disagio, una sensazione di slittamento da un discorso artistico di agevole comprensione, a uno di ostica catalogazione. Le tempistiche irregolari, più ipnotiche che aggressive, segnalano una voglia di ‘avventura’, di devianza e unicità, che esploderà definitivamente nella parte conclusiva dell’opera. Il tappeto ritmico è preda di una sussultorietà mai invadente, riempie i vuoti con tocco quasi lieve, semplici picchiettate date morbidamente, quasi con animo da jazzista invece che da extreme metaller. Sovrapposizioni di suoni, feedback in allontanamento perturbano la corrente chitarristica fino a farci perdere cognizione di quale sia la struttura di base: dissonanze tesissime prendono il sopravvento, delineando un effetto-soundtrack molto pronunciato, come nel caso del declinare di “The Fall Of Man”. Qui reflussi shoegaze vengono investiti da ondate di doom droneggiante, preambolo alle sofisticazioni della successiva “The Ritual”, laddove si incontrano su un nuovo piano di confronto Electric Wizard e Cult Of Luna, in quello che è il brano spartiacque del disco, interamente strumentale. In “The Nihilist” la vocalità filtrata e rifiltrata, perennemente divisa fra sospiri e urla distorte, conduce su un andamento spezzacollo, quasi in loop, attraverso una canzone vicina a quanto concepito a cavallo fra anni ’90 e 2000  dai Red Harvest, nel periodo fra “Hybreed” e “Sick Transit Gloria Mundi”. Stesso discorso, ma in una versione più melodica e smussata, lo possiamo fare per “The Black Sun”, lordata da spoken words decadenti e definitive nell’oscurare, appunto, ogni forma di luce nella nostra anima. Il maggior talento di Antagoniste è quello di introdurre melodie oblique, in taluni casi relativamente leggere, all’interno di riff enormi e ultra-heavy. Una specie di tenue fiamma sul permafrost, che squaglia tutto il gelo sopportato nella dilatata accoppiata finale, “The Ubermensch” e la già citata “The Wanderer”: in quest’ultima, arpeggi post-rock si ergono a catartica chiosa di un album mutevole, affascinante e misterioso, un utile compendio delle miriadi di possibilità evolutive concesse dal black metal. Disco da non far passare sotto silenzio.

TRACKLIST

  1. The Rise of the Lightbringer
  2. The Barren Lands
  3. The Demiurge
  4. The Fall of Man
  5. The Ritual
  6. The Nihilist
  7. The Black Sun
  8. The Ubermensch
  9. The Wanderer
1 commento
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