7.5
- Band: APOSTLE
- Durata: 00:27:00
- Disponibile dal: 05/06/2026
- Etichetta:
- Terminus Hate City Records
Con questa nuova opera su lunga distanza, “A Splinter in the Infinite Noumenon”, gli statunitensi Apostle riescono a condensare in meno di mezz’ora un lavoro sorprendentemente denso, stratificato e coerente. Il trio di Atlanta si muove infatti lungo coordinate difficili da definire con precisione, elaborando un linguaggio che parte da un retroterra chaotic hardcore e screamo per poi deformarlo dentro strutture più atmosferiche e introspettive, dove il peso emotivo conta quanto – se non più – dell’impatto frontale.
L’album si sviluppa come un flusso continuo, quasi un’unica composizione suddivisa in sei movimenti. È proprio questa sensazione di continuità uno degli aspetti meglio riusciti del disco: le transizioni appaiono fluide, i rintocchi melodici ritornano in punti strategici e i vari episodi sembrano dialogare costantemente tra loro, privilegiando l’esperienza complessiva rispetto alla singola traccia destinata a emergere autonomamente. In questo senso, la durata contenuta si rivela una scelta vincente, perché evita dispersioni e mantiene alta la tensione narrativa.
Fin dall’iniziale “Exiting the God Hologram”, gli Apostle chiariscono immediatamente la natura della proposta: i fraseggi nervosi e obliqui delle chitarre si intrecciano a passaggi più sospesi e malinconici, generando un contrasto continuo tra dissonanza e aperture melodiche dal carattere desolato. È proprio questa dialettica tra caos e contemplazione a definire l’identità del lavoro. Quando il gruppo accelera in maniera scomposta, emergono chiaramente radici di un certo tipo di hardcore; quando invece rallenta e lascia respirare gli arrangiamenti, il disco assume tinte post-black metal intrise di malinconia e vulnerabilità.
L’impressione, a tratti, è quella di ascoltare una versione più scarna e abrasiva degli Altar of Plagues reinterpretata attraverso la sensibilità dei Converge o dei Birds In Row. Non sempre per una semplice somiglianza stilistica, quanto per il modo in cui gli Apostle riescono a far convivere emotività e tensione estrema senza trasformare il tutto in un esercizio di maniera. Brani come “Illusion of Loss” o “Swine” insistono su strutture spigolose e cariche di attrito, salvo poi aprirsi improvvisamente in sezioni più ariose e contemplative, dove il senso di perdita e alienazione diventa quasi tangibile.
Anche i momenti più atmosferici evitano accuratamente derive eteree o troppo ‘cinematografiche’: la band mantiene sempre una certa ruvidità di fondo, una componente più nervosa che impedisce al disco di scivolare verso territori post-metal più prevedibili. Lo dimostra soprattutto “At Ease”, finale amaro e quasi catartico, dove melodie meste e feedback stratificati si sovrappongono fino a dissolversi lentamente, lasciando sì addosso una sensazione di fragile sollievo, ma senza tirarla troppo per le lunghe.
Importante anche il lavoro svolto sul suono: la produzione conserva un carattere vivo e naturale, senza sterilizzare le asperità della musica. Ogni strumento trova il proprio spazio mantenendo però quell’impressione di massa sonora inquieta e instabile che rappresenta il cuore del disco. A completare il quadro contribuisce una copertina evocativa e cromaticamente insolita, a suo modo coerente con il contenuto emotivo dell’album.
Certo, qualche passaggio richiama in maniera fin troppo diretta determinati riferimenti del settore, ma “A Splinter in the Infinite Noumenon” resta un lavoro notevole, soprattutto perché evita di inseguire le formule oggi più inflazionate. Gli Apostle mostrano invece una personalità già abbastanza definita e, soprattutto, la capacità di costruire un percorso emotivo credibile e coinvolgente.
