7.5
- Band: ARCADIA
- Durata: 00:47:54
- Disponibile dal: /08/2010
Gli Arcadia sono una band italiana che, ormai da una decina d’anni a questa parte, si muove nel sottosuolo del metal nostrano – e non solo, dato che la maggior parte dell’attività live di questa band è svolta fuori dallo stivale. Il terzetto, nel corso degli anni, si sta sempre più guadagnando il rispetto e l’approvazione di vari fan fino a diventare una vera e propria garanzia di qualità. Descrivere la loro proposta musicale è compito assai ardito in quanto il loro sound è quanto mai arricchito dalle influenze più disparate. Se dovessimo “canalizzare” questo disco probabilmente lo si piazzerebbe in un vastissimo calderone di metal moderno, con qualche strizzata d’occhio a certo metalcore, ma attenzione, non storcano il naso i detrattori del genere. Non ci si aspetti il solito hardcore metal con riffing melo-death, chitarre fischianti e patetici breakdown. Tenetevi piuttosto pronti a partiture ritmiche schizofreniche, con ribassamenti nu-metal e interferenze industrial, urla lancinanti, voci filtrate e pulite inserite con intelligenza, consapevolezza ed esperienza. Ritornelli melodici che piombano nel bel mezzo del caos sonoro a lasciare l’ascoltatore interdetto (sentire “New Skin” per rendersi conto); contorti giri di basso si sovrappongono e fanno da contraltare alle mille melodie delle parti solistiche di chitarra, con questi assoli mai troppo lunghi, forzati o fuori contesto. Una volta tanto poi ci troviamo dinanzi a liriche ragionate e “alternative”. “Roy Philip Nohl” è infatti un concept basato sull’uso e l’abuso di sostanze stupefacenti dove Roy Philip Nohl sarebbe il Roipnol, una nota sostanza psicotropa. Musicalmente parlando è difficile paragonarli ad altre band in quanto il loro background musicale sembra essere talmente ampio che quasi sicuramente facendo qualche nome non indovineremmo mai le reali intenzioni della band. Diciamo che come estro, dinamicità ed inventiva chi scrive a tratti li ricollega a certi lavori di Devin Townsend o di Al Jourgensen (Ministry), così come certe parti più melodiche ricordano (alla lontana) i Fear Factory era “Obsolete”. In definitiva ci sentiremmo di consigliare a questo disco agli amanti di sonorità moderne e contaminate, a chi non ha paura di trovarsi spiazzato se non riesce ad incanalare un disco e una band in un determinato filone musicale… Ma fate attenzione, questa roba crea dipendenza!
