8.0
- Band: ARCHIVIST
- Durata: 01:08:51
- Disponibile dal: 30/04/2017
- Etichetta:
- Alerta Antifascista
Prosegue l’odissea nello spazio degli Archivist, che a due anni di distanza dall’apprezzatissimo debut album si riaffacciano sul mercato con un’opera parimenti riuscita e stracolma di dettagli da scoprire ascolto dopo ascolto, sempre all’insegna di un ‘post’ metal/rock atmosferico che non disdegna incursioni in territori più estremi. Laddove però “Archivist” coincideva con l’inizio del viaggio, una navicella carica di speranze e pervasa da un’euforia pressoché tangibile, “Construct” è la traslazione in musica di un sogno infranto, di un obiettivo mai raggiunto, lasciato a fluttuare in un vuoto dove persino la luce delle stelle si mostra per ciò che è realmente agli occhi dei cosmonauti: un eco estinto da millenni verso cui è impossibile non nutrire un misto di malinconia e risentimento. Ecco quindi srotolarsi di fronte a noi una tracklist dal sapore mesto, se non addirittura tragico, che accantona parzialmente gli influssi ‘blackgaze’ del suddetto esordio in favore di un approccio più intenso e viscerale, che guarda neanche troppo velatamente alle compiante narrazioni di un gruppo come i Light Bearer e al loro corollario di epicità mista a pura tensione hardcore. Ogni cosa, a partire dalle voci di Alex ‘CF’ Bradshaw e Anna, suona in maniera più diretta, intensa e squisitamente lo-fi rispetto al passato, come se una volta in studio i Nostri avessero voluto catturare la veridicità di un’esibizione live, ma non pensate che questa scelta stilistica abbia inficiato sulla maestosità degli arrangiamenti e del songwriting. Al contrario, i dieci capitoli di “Construct” poggiano su strutture così ricche e vertiginose da mozzare il fiato, frutto dell’incontro/scontro tra melodie accecanti e ricercatissime, tumultuosi crescendo ritmici e un substrato elettronico che non prescinde mai da una forte impronta siderale, in cui si rispecchiano i vecchi bagliori di Hopesfall e Rosetta (periodo “Wake/Lift”/“A Determinism of Morality”). In un quadro d’insieme tanto vasto e poliedrico, in grado di alternare esplosioni degne di una supernova (“The Negotiation”, “Witch Finder”) e digressioni che sembrano scaturire dagli strumenti a mo’ di pulviscolo stellare (“Lamenting Configuration”, “The Reconstruction”), risulta difficile estrapolare un episodio piuttosto che un altro: per questa ragione munitevi di tempo, un buon paio di cuffie e non lasciatevi scoraggiare dalla durata-fiume del platter. A fronte di un simile concentrato di lirismo e visionarietà, sarà difficile non annoverarlo tra le esperienze più vivide e gratificanti di questo 2017 musicale.
