7.0
- Band: ARENA
- Durata: 00:52:31
- Disponibile dal: 17/01/2005
- Etichetta:
- Verglas
- Distributore: Frontiers
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Ecco un nuovo album degli inglesi Arena, che non molto tempo fa avevano deliziato le nostre orecchie con il grandissimo doppio live, ed ecco un nuovo bel lavoro di classico progressive rock. Il lavoro si presenta bene già alla vista, visto che in questa situazione gli Arena sembrano aver tenuto conto del detto secondo il quale ‘anche l’occhio vuole la sua parte’. La copertina, infatti, similmente a quanto già fatto con gli Iced Earth di “Horror Show” , mostra una serie di personaggi di vario tipo in forma vagamente caricaturale, forse al limite del grottesco. L’atmosfera che trasmette la cover è ben coadiuvata dal sottotitolo dell’album: “7 Stories of Mystery & Imagination”. E questa atmosfera pervaderà tutto l’album, soprattutto grazie alle immense tastiere della promessa delle keys Clive Nolan (Shadow Land, Pendragon), che già dall’opener “Bedlam Fayre” sono protagoniste per spessore e classe. La canzone è in tipico stile Arena, quindi non eccessivamente virtuosa nell’esecuzione ma di gran classe, e forte di una voce, quella di Rob Sowden, molto calda e particolare. Imponenti gli organi da chiesa che accompagnano il ritornello, e stupenda la variazione nella seconda parte della canzone. Un inizio da cardiopalma, quindi, cui segue la bella “Smoke And Mirrors” che, dopo l’esordio con chitarre pulite e riverberi, esplode in un tripudio di melodia e classe sopraffina. Echi dei Magellan nelle armonizzazioni vocali a supporto del ritornello ed un bel lavoro di chitarra e synth rendono questa “Smoke And Mirrors” un’altra perla dell’album. Dopo “The Shattered Room”, agghiacciante nel suo intermezzo oscuro con voci-fantasma, arriviamo all’unico pezzo brutto dell’album, che purtroppo rovina l’eccellenza all’album, “The Eyes Of Lara Moon”. Qui gli Arena peccano di presunzione, cercando di sfornare la song progressive a tutti i costi, anche se in questo caso avrebbe sicuramente giovato una struttura più tradizionale. Le linee melodiche infatti risultano troppo spezzettate, e spesso le modulazioni sono pretenziosamente complicate, pregiudicandone quindi l’ascoltabilità. “Tantalus” possiede un giro di piano che, estremizzato a dovere, non avrebbe stonato di sottofondo in uno degli ultimi lavori dei symphonic-blackster Dimmu Borgir, tale è la sua oscurità. L’interpretazione vocale più che perfetta, in alcuni punti al limite del teatrale, ci fanno affermare senza molti dubbi che questa è una delle migliori tracce dell’album. Vocals filtrate dal vocoder la fanno da padrone nella successiva “Purgatory Road”, che ricorda in alcuni punti alcuni lavori dell’artista Wendy Carlos. Arriviamo alla traccia conclusiva, sicuramente una delle più belle canzoni progressive ascoltate dal sottoscritto negli ultimi anni: l’inizio di “Opera Fanatica”, come dice il titolo, è affidato a due cantanti, una soprano ed un tenore, che su un tappeto decisamente apocalittico eseguono vocalizzi accennando melodie sinistre. Irrompe poi la band che, grazie alla produzione perfetta, ci consegna grandi atmosfere e grandi organi, in questo frangente molto simili ad alcuni dei lavori di Claudio Simonetti da solista. Il bassista fa stupendamente il suo dovere, ed il singer scandisce bene il contenuto delle liriche. La song, lunga tredici minuti, ammalia per il bellissimo ritornello ed i duelli tra chitarra ed Hammond. Concludendo, non ci resta che consigliare caldamente questo “Pepper’s Ghost” agli amanti del progressive rock, ed a tutti coloro i quali vogliono accrescere le proprie conoscenze musicali, affidando la propria fiducia ad un gruppo che difficilmente deluderà. Inutile dire che non si tratta di un disco di facile assimilazione, e che proprio per questo cresce ad ogni ascolto.
