7.5
- Band: ARKHAAIK
- Durata: 00:48:57
- Disponibile dal: 01/08/2025
- Etichetta:
- Eisenwald Tonschmiede
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Secondo album per gli svizzeri Arkhaaik, trio appartenente allo Jünger Tumilon, quel movimento/associazione di gruppi che fino a poco tempo fa si denominava Helvetic Underground Committee e i cui esponenti più famosi sono di sicuro Ungfell e Kvelgeyst, ma che include anche realtà come Dakhma, Ophanim, Wyrgher e Lykhaeon ed altri ancora.
Lo Jünger Tumilon è un movimento artistico a tutto tondo: coinvolge un gruppo limitato di musicisti che ruotano in più band contemporaneamente, abbracciando anche generi differenti di metal estremo ma accomunati quasi sempre da uno spirito folk e naturalistico, espresso in maniera più o meno evidente nelle composizioni.
Il debutto degli Arkhaaik risale ormai al 2019 sulla tedesca Iron Bonehead, mentre questo nuovo lavoro è targato Eisenwald come ormai quasi tutti quelli che escono con il marchio Jünger Tumilon.
Musicalmente non stiamo parlando di musica facile, anzi: è infatti un misto di black, death e doom molto pesante quello che i tre svizzeri ci propongono, avvolto in un concept ritualistico legato alla caccia durante la preistoria. I nostri ci tengono a precisare che metà album è dedicato alla caccia come rituale sacro in quanto tale, mentre l’altra metà ne parla allegoricamente, con il sole e la luna a rincorrersi in una sorta di caccia degli astri che simbolegga l’alternarsi del giorno e della notte.
Quando si ha un concept così denso, l’aspettativa degli ascoltatori è che si possa immaginarlo fra le note: in questo gli Arkhaaik centrano l’obiettivo con l’ossessività delle percussioni, i cori rituali di voce pulita (un po’ simili agli Enslaved di “Eld”, talvolta, ma prendete il paragone con le pinze) e la cadenza militare di buona parte dei brani.
E’ un disco tonante, “Uihtis”, pieno di urla belluine che, come detto, riescono davvero e creare un certo tipo di suggestioni. Ci sono anche dei lati che per qualcuno potrebbero non essere per forza positivi: è musica molto difficile, perché sostanzialmente stiamo parlando di soli quattro brani che si muovono tra i dieci e i quindici minuti ciascuno.
Ogni canzone è poi divisa in vari movimenti che abbracciano il black metal (le parti ovviamente in blast-beat), death metal (nella maggior parte delle strutture di chitarra abbiamo sentito echi di Portal, Temple Nightside, Grave Upheaval e Antediluvian) e doom pesante (The Ruins Of Beverast): se ci aggiungiamo anche un growl profondissimo unito ad un approccio vocale comunque piuttosto vario che include parlato, scream e una voce narrante sporca ma comprensibile, non è possibile quindi riuscire ad apprezzare gli Arkhaaik solo con ascolti incompleti e distratti.
Perciò, se siete temerari abbastanza, il brano di apertura “Geutores Suhnos” e l’oscura “Hrkþos Heshr Hiagom” possono darvi tranquillamente la misura dell’impresa. Da parte nostra invece abbiamo apprezzato parecchio: di sicuro più del debutto di cui, francamente, ci eravamo proprio dimenticati.
