ARKHETH – Twelve Winter Moons Comes The Witches Brew

Pubblicato il 06/03/2018 da
voto
7.5
  • Band: ARKHETH
  • Durata: 00:41:08
  • Disponibile dal: 20/02/2018
  • Etichetta: Transcending Obscurity
  • Distributore:

Un uomo solo è al comando e, parafrasando il mitico radiocronista Mario Ferretti quando narrava le grandi fughe ciclistiche di Fausto Coppi, la sua maglia è una non meglio decifrabile collezione di colori sgargianti, il suo nome Tyrannus, alias Tyrone Kostitch, dall’Australia. La musica proposta, un black metal carnevalesco ad altissimo tasso di sperimentazione sberleffeggiante, una manipolazione divertita e poco convenzionale della nera materia, sottoposta a impasticcamento – rigorosamente oltre il dosaggio consentito – di sostanze psicotrope. Astrazioni e un balzano senso dello humor sono alla base di cinque tracce incalzanti e mutevoli, che prendono spunto dalle avanguardie norvegesi proliferate negli anni ’90 e le espongono alla contaminazione delle nozioni psichedeliche degli Oranssi Pazuzu, chiamati in causa nient’affatto a sproposito nella presentazione del disco. “Twelve Winter Moons Comes The Witches Brew” espone una dottrina del metal estremo evocante il non-sense provocatorio ma ben lontano dal dirsi sconclusionato di Arcturus e Solefald, con i primi a farsi idealmente portavoce delle schizzate escursioni sinfoniche, i secondi a innervare di storture jazzate e funambolismo spastico tutta una serie di improvvisi istrionismi, coinvolgenti gli arrangiamenti come la stessa struttura ritmica. Le tentazioni a stupire incessantemente, estraendo il famigerato coniglio dal cilindro a più riprese per creare disorientamento e costernazione, si tengono ben lontane dall’avvitarsi su se stesse in guazzabugli poco comprensibili, laddove è invece proprio il precario equilibrio fra smanie di grandeur e ponderati istanti di colta quiete uno dei segreti dell’album. Centrale nell’operato di questa one-man band è il sax, il cui uso è proliferato in campo metal negli ultimi anni, non trovando sempre una sua delineata e importante collocazione. In questo caso tale strumento a fiato non funge da mero ornamento, piuttosto detta i cambi di direzione e risponde a tono con fare disinvolto e sfrontato all’estrosità del riffing, ricamante con pari naturalezza giri implacabili e nenie distensive. Mentre il corredo tastieristico pare condurre ad atmosfere fra il fiabesco e il delirante, un teatro di magie più spesso ammantato dei caratteri di opulenta cornice, in altri casi una molla utile a far saltare verso galassie di follia tinte di luminose tonalità arcobaleno. Suggestioni prog professorali, non distanti da quelle di Ihsahn, fanno capolino quando la piega della batteria si fa quasi semplice e di impassibile accompagnamento, così che il sax accarezzi invece di spronare all’ipercinesi. Si inserisce intervallando colpi a effetto, corrucciato screaming ‘di gola’, cori e un recitare colmo di pathos una voce camaleontica, avente il primario effetto di non appiattire né di soffocare la ricchezza di registri dell’intero comparto strumentale. Un’interpretazione sopra le righe il giusto, incastonata nel vortice di dondolamenti attorno all’epicentro della pazzia, quando essa si specchia nella propria vena ironica e birichina. Un lato del poliedro a nome black metal capace ancora oggi di far emergere gruppi come gli Arkheth, al terzo album forse finalmente in grado di catturare quell’importante fetta di underground devota alla stranezza elegante e dotata del senso della misura.

TRACKLIST

  1. Trismegistus
  2. Dark Energy Equilibrium
  3. Where Nameless Ghouls Weep
  4. The Fool Who Persists in His Folly
  5. A Place Under the Sun
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