4.5
- Band: ARMORED DAWN
- Durata: 00:55:00
- Disponibile dal: 20/03/2020
- Etichetta:
- Sony
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Dopo l’ascolto del terzo lavoro in carriera dei brasiliani Armored Dawn, di corazzato c’è rimasta solamente la nostra incolmabile passione nei confronti del mondo heavy metal, oltre ad una buona dose di pazienza. Queste due forze intrinseche, infatti, ci hanno permesso di portare a termine una vera e propria impresa titanica: uscire indenni dai cinquantacinque minuti di assoluta noia riversati dal sestetto carioca nei nostri padiglioni auricolari. Si presentano come una brazilian viking metal band ma, a parte i temi affrontati,di epico e guerresco non vi è traccia a livello sonoro nella loro proposta, che si limita ad un power metal molto catchy e ricco di cori senza comunque imprimere quel tasso di grinta e potenza che ci si aspetterebbe. Di ‘lusso’ in questa versione deluxe del nuovo “Viking Zombie” non vi è praticamente nulla; in corner si salvano giusto la copertina e qualche riff. Ma non solo. Se il precedente “Barbarians In Black” spiccava di monotonia, i vichinghi di oggi rispecchiano alla perfezione il titolo stesso del full-length: autentici zombie senza la minima carica emotiva. A capo di questa truppa di ‘morti viventi’ vi è ancora una volta il singer Eduardo Parras, piatto come una tavola da stiro e assolutamente poco reattivo in ciascuno degli undici brani presenti in tracklist. Le ritmiche? Anche quando i dischi della colonna vertebrale sembrano improvvisamente prendere vita (“Fire And Flames” e “Heads Are Rolling”) il tutto si riduce ad un brevissimo sussulto, immediatamente sepolto dalla pochezza creativa generale dove neppure gli inserti tastieristici riescono a sollevare la situazione. I testi? Basterebbero i quattro minuti scarsi di “Face To Face” per avere un quadro più che esauriente del capitolo riservato all’ispirazione lirica, ulteriormente appesantita dalla prestazione ‘da dettato’ dello stesso Parras. Si salva dal precipizio la prima delle tre bonus track: “Skydiver Of The Light” si presenta come quel buffetto che si fa sulla guancia di un amico per aiutarlo a riprendersi dopo un brutta botta in testa. Soprassedendo sull’adattamento unplugged a dir poco elementare dell’opener “Ragnarok”, l’album si chiude con un assaggio live dove quanto meno, ad esclusione del suo vocalist, la band da un lieve segnale di miglioramento. Ma è ben poca cosa rispetto all’immobilismo tecnico ed emozionale rappresentato dal resto di “Viking Zombie”.
