8.0
- Band: ARMORED SAINT
- Durata: 00:48:01
- Disponibile dal: 22/05/2026
- Etichetta:
- Metal Blade Records
Saper invecchiare bene è arte patrimonio di pochi: l’invecchiamento è spesso una disgrazia, non giriamoci attorno. In campo artistico, a volte la china discendente è dura, spietata, drammatica, se non addirittura, in taluni casi, imbarazzante.
Per fortuna, abbiamo anche parecchi esempi positivi, oggi più che mai probabilmente, perché molti musicisti over-sessanta hanno imparato a gestirsi, a tenere botta, a rinfrescare le idee e dare nuovo slancio alla propria azione. In un sottoinsieme più ristretto, abbiamo le formazioni che pare non sentano proprio lo scorrere del tempo. Non si sono piegate, non sono appassite, non hanno ridotto l’impeto, la voglia, l’energia.
A questa categoria appartengono, da sempre, gli Armored Saint: un percorso artistico, il loro, praticamente inattaccabile sotto il profilo qualitativo, concetto che si può affermare per pochissime altre compagini metal in circolazione. Un’identità forte, mai messa in discussione, un nucleo storico che ha saputo mantenere la direzione senza sbandare, senza rincorrere correnti stilistiche fuori dai propri convincimenti.
Indipendenti, sereni, slegati da logiche commerciali che avvinghiano, condizionano e schiavizzano, John Bush e compagni anche in anni recenti hanno prodotto lavori di altissimo livello e, a sei anni dall’ultimo “Punching The Sky”, eccoli di nuovo tra noi. Splendidi, pesanti, ricchi di inventiva, camaleontici come quasi nessun altro in ambito metal classico – che per loro, proprio ‘classico’ non è – si può permettere.
“Emotion Factory Reset” è, quasi superfluo rimarcarlo, Armored Saint al cento per cento. Riflesso di un background musicale ampio e solo in parte legato a retaggi hard’n’heavy, così che nelle melodie, nei passaggi ritmici, nel groove, emerge sovente qualcosa di non ben inquadrabile, indizio di una musicalità che potrebbe ricordare quella del soul o del funky, senza esserlo davvero. Perché anche quando la mescolanza stilistica, in passato, li ha posti in ambienti un poco più leggeri – come in buona parte dell’eccellente e sottovalutato “La Raza” – John Bush e compagni fuori dal metal e dall’hard rock non ci sono proprio mai andati.
Fatta questa premessa, “Emotion Factory Reset” cerca nuovamente l’equilibrio tra eclettismo, potenza, impatto epidermico e tecnica sopraffina al servizio di canzoni calde, solari, appassionanti.
È un disco nel complesso più controllato e meno sfrontato dei due immediati predecessori, “Punching The Sky” e “WIn Hands Down”, e presenta una varietà stilistica non distante da quella di “La Raza”, anche se in fondo i punti di contatto con quell’album non sono moltissimi.
L’opener “Close To The Bone” è invece molto classica, se parametrata a come abitualmente i cinque scelgono di inaugurare i loro dischi: dritta, decisa, scintillante, “Close To The Bone” colpisce durissimo, veloce e determinata nello scaricarci addosso acciaio, forza e sentimento.
“Every Man-Any Man” ci presenta il primo saggio di altissima scuola del basso di Joey Vera: un frullio compulsivo e adrenalinico del suo strumento conduce per mano gli altri strumenti, attraverso ritmi abbastanza aperti, vortici solisti e un ritornello addirittura leggero, facilmente cantabile. Il suono dell’album è caldo e organico, per quanto corposo e massiccio quanto basta per gli standard d’ascolto odierni.
Le chitarre di Sandoval e Duncan non si nascondono e brillano in tutta la loro sempiterna creatività, tra riff durissimi e variopinti e melodie infuocate, con un tocco singolare e imprevisto che le canzoni degli Armored Saint spesso posseggono.
Vivace, spericolata e infine orecchiabile nel refrain, “Hit A Moonshot” asseconda la passione di Bush per il baseball, giustificando appieno l’idea di piazzarla come secondo singolo; bello anche lo stacco acustico verso il finale, cavalcato con maestria da vocalizzi un po’ più morbidi ma altrettanto accattivanti.
Tracce come “Buckeye” sono per veri affezionati del Santo: un hard rock/blues che agli ascoltatori distratti dirà poco, mentre chi conosce tutte le pieghe della discografia del gruppo apprezzerà per la sua profondità, la coralità lieve, l’assolo lungo e meditato.
Tutta la seconda metà della tracklist è probabilmente fuori tempo massimo per l’ansioso modo di vivere la musica di oggi: canzoni dal ritmo controllato, preziose negli intrecci strumentali come nella costruzione vocale, un poco ritrose a farsi capire immediatamente. Non così esplosive, ecco, anche se la qualità abbonda. “Compromise” vive di un groove irresistibile di Vera e di uno scambio di assoli tra basso e batteria da veri virtuosi dello strumento; “Throwing Caution To The Wind” è una cavalcata dai toni quasi spensierati, dal piglio energico e mood quasi pacifico; “Epilogue”, infine, si muove su sonorità e ritmi molto agili, leggera e frizzante, un’altra riuscita rielaborazione di hard rock, metal e tocchi blues, inglobati nel tipico suono-Armored Saint.
L’eterogeneità della tracklist e l’assenza, nella seconda metà, di pezzi travolgenti potrebbe far pensare a un leggero calo di ispirazione. Per conto nostro, è solo questione di pazienza e darsi il tempo di assimilare per bene tutto quanto il quintetto è riuscito a inventarsi questa volta. Scoprendo, magicamente, che anche “Emotion Factory Reset” farà una gran fatica ad uscire dalla lista abituale dei propri ascolti.
