6.5
- Band: ASH MAGICK
- Durata: 00:43:33
- Disponibile dal: 29/08/2025
- Etichetta:
- Apocalyptic Witchcraft
Le Ash Magick sono un duo proveniente da Istanbul dedito ad un black metal senza compromessi, rumoroso e volutamente caotico. Il progetto, nonostante una carriera di soli tre anni, è ora già al terzo album, grazie all’arrivo di “Rituals Of Anathematic East”, un concept ispirato da un pellegrinaggio a Mardin, una regione intrisa di antica stregoneria mesopotamica e misticismo siriaco.
Ogni traccia rappresenta, a detta della band, un rito a sé stante, una sorta di portale cerimoniale verso racconti di maledizioni ancestrali, invocazioni dimenticate la cui ispirazione più grande sono le vie della magia nascosta della cultura d’oriente. Risultato che sulla carta risulta molto interessante e che nella realtà funziona, ma con qualche riserva.
Da un lato è infatti encomiabile la violenza e la ferocia intrinseca dei brani, che riescono nell’intento di fare male e disturbare grazie ad una produzione piena di riverberi e dai suoni corrosivi, per certi versi più vicina a generi come l’industrial o il power electronics (cosa che non stupisce più di tanto in quanto una delle due componenti del progetto risulta attiva anche nella scena noise).
Quello che non brilla di originalità è invece una parte della componente prettamente black metal, sicuramente efficace, ma che di poco si sposta dal classico suono lo-fi, con qualche influenza dei Gorgoroth più minimali e una drum machine fredda che viene completamente sommersa dalle frequenze delle chitarre e degli effetti elettronici.
Pochi sono i momenti di respiro nei quasi tre quarti d’ora di durata e quasi tutti sono affidati a brevi intermezzi ambient e noise, che spuntano tra il caos imperante, nel quale però si scorgono anche delle buone idee nei riff più moderni e dissonanti di scuola Blut Aus Nord di “Baptistery” e “Sacred Flames of Anathema”.
“Interlude” – che, a discapito di quello che potrebbe far pensare il titolo, è un brano vero e proprio – è un interessante commistione tra il minimalismo di “Transilvanian Hunger” e sprazzi di musica turca risultando affascinante ma rimanedo purtroppo un caso isolato, dato che il disco, nei tre brani finali, si rimette sui binari di quel suono senza compromessi, seppur dimostrando un attitudine propensa a strutture più complesse in “Silent Ruin, None Evade”.
La struttura del lavoro, senza pause tra un brano e l’altro, lo rende di fatto simile ad un lungo rituale diviso in vari movimenti, nella quale si viene messi a dura prova per tutta la sua durata, rimanendone sopraffatti e sballottati tra rumorismi e rasoiate black.
Un episodio sicuramente interessante, che paga qualche momento non troppo ispirato, ma che riesce nel creare un certa sensazione di disagio e claustrofobia, rischiando di risultare però indigesto a chi non mastica certi suoni al confine con il noise puro.
