ASTRAYA – Atropine

Pubblicato il 13/04/2026 da
voto
7.0
  • Band: ASTRAYA
  • Durata: 00:44:57
  • Disponibile dal: 24/04/2026
  • Etichetta:
  • These Hands Melt

Continuando una piacevole crescita stilistica e qualitativa, i tedeschi Astraya arrivano silenziosamente al loro secondo lavoro sulla lunga distanza, seguito del debutto datato 2023, “Myth Of Dike”, e del primissimo EP, “Black Awakening” del 2019. Il quintetto di Stoccarda, pur lasciando trascorrere diverso tempo tra una release e l’altra, in tempi in cui tutto fugge, ritorna e rifugge in un batter d’occhio, sa come fare evolvere il proprio suono con aggiustamenti e regolazioni che, di volta in volta, denotano una maturità sempre più evidente.
L’ibrido metallico/non metallico che gli Astraya propongono in questo “Atropine” è tremendamente debitore dei The Gathering di metà carriera e degli Anathema di un disco quale “Weather Systems”, con in più sentori del post-metal strumentale dei Long Distance Calling, degli estremismi dolciastri degli Alcest e di altre compagini di secondo-terzo piano rimasteci impresse ancora oggi – un esempio su tutti gli spagnoli Nahemah, ottimi esecutori in passato di un paio di dischi tanto eterei quanto potenti, tanto malinconici quanto ispiratissimi.
Possono essere altri i riferimenti accostabili ai cinque giovani teutonici, ma tali agganci ci sembrano sufficienti per inquadrare lo spettro sonoro della band, un gothic dark rock che lambisce post-metal, alternative e quel dolce pseudo-metallo malinconico che tanto si aggrappa bene agli animi più sensibili di noi.

Rispetto ai due lavori precedenti, gli Astraya, guidati dalla voce leggiadra ma decisa di Melina Abele, hanno annullato qualche asperità residua – un paio di episodi fin troppo aggressivi, che stonavano non poco nel computo generale dei dischi antecedenti, qui intelligentemente rimossi – lavorato molto sui dettagli e gli arrangiamenti, e dato sfogo a individualismi finora poco accennati, grazie a qualche assolo azzeccatissimo, linee di basso sempre avvincenti e una batteria capace di guidare con sapienza il brano.
Ne è uscito fuori un “Atropine” ancora più elegante e raffinato dei già citati “Myth Of Dike” e “Black Awakening”, che pone certamente buonissime basi per, in futuro, riuscire a personalizzarsi ancor di più, lasciandosi alle spalle l’ancora ben presente alone di già sentito che ad oggi permea quasi in toto tale uscita discografica.
Plausi, perciò, vanno fatti ai due chitarristi Benny Gölz e Tim Suske (anche produttore del disco), alla già nominata Abele e alla sezione ritmica composta da Tobias Hänsel al basso e Klaus Wintermayr alla batteria, per aver consegnato alle stampe un lavoro valido e ascoltabile anche due-tre volte di fila, cosa non proprio scontata con i fastidiosi tempi frenetici che corrono.
La tracklist non annoia praticamente mai: se da un lato è particolarmente omogenea, dall’altro non segnala neanche picchi enormi o cali vistosi, mantenendosi su di un livello artistico sempre abbondantemente sopra la sufficienza. Ci si lascia coinvolgere piuttosto facilmente dagli incedere ritmati e avvolgenti di pezzi quali “A Theory Of Time” e “Arrival”, mentre l’introspezione prende il sopravvento in episodi del calibro di “In Devotion” (ottima e commovente!) e “In The Pale Glow Of Torches”, non del tutto pacate ma aventi come mood generale un certo languore e profondità di base. Si assomigliano parecchio il singolo ed opening track “A Spark Within” e la seguente “Lighthouse”, ma non spiccano più di tanto dalla media generale dell’intera tracklist, lasciando alla stupenda “Descendant Of A Dead Man” il premio di traccia migliore del lavoro.

Gli Astraya, come già accennato sopra, non brillano ancora di luce propria e originalità, ma se la strada tracciata e da seguire continuerà ad essere come quella già percorsa, le speranze di una più ampia riconoscibilità saranno certamente alla portata dei Nostri. Chiaro che, muovendosi in un limbo pericoloso, stretto e traballante tra generi, sonorità e platee molto diverse, la loro capacità di adattamento e scrittura dovrà tenere conto di tutto, in particolar modo dell’audience alla quale si vorranno rivolgere, sempre che per gli Astraya conti qualcosa la destinazione finale della loro musica nel momento di composizione.
Per ora li promuoviamo con un meritato sette pieno, che avrebbe potuto essere mezzo punto in più se solo fosse capitato un po’ meno volte di trovarsi a riconoscere rimandi a tante altre compagini, dettaglio che ci ha un po’ frenato dall’allargare la ragnatela di lodi intessuta.
Li attendiamo presto al varco del terzo lavoro, sperando migliorino qualcosa anche in sede di artwork, davvero poco adatto, quello di “Atropine”, a rappresentare visivamente la musica ivi contenuta.

 

TRACKLIST

  1. A Spark Within
  2. Lighthouse
  3. In Devotion
  4. A Theory Of Time
  5. Descendant Of A Dead Man
  6. Valley Of The Damned Pt. 1
  7. In The Pale Glow Of Torches
  8. Arrival
  9. Valley Of The Damned Pt. 2
  10. Atropine
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