7.5
- Band: ATLANTIC RIDGE
- Durata: 00:41:28
- Disponibile dal: 24/04/2026
- Etichetta:
- Dusktone
L’omonimo debutto degli Atlantic Ridge nasce da un’idea forte e ben delineata, che finisce per permeare ogni aspetto della musica: un itinerario immaginifico attraverso luoghi remoti, marginali, spesso sospesi tra realtà e suggestione. Non si tratta semplicemente di un contesto tematico, ma di una vera e propria lente attraverso cui leggere il disco. Il progetto che unisce Giuseppe Emanuele Frisone (Thecodontion, Clactonian) e Jacopo Gianmaria Pepe (Bedsore, ex Patristic) trova infatti nella dimensione dell’esplorazione – geografica e magari interiore – il proprio asse portante, traducendolo in un linguaggio sonoro che alterna slanci e contemplazione, scoperta e smarrimento.
Musicalmente, “Atlantic Ridge” si muove lungo coordinate che riflettono perfettamente questa tensione verso l’altrove: le parti più sostenute, incentrate su un atmospheric black metal dal carattere piuttosto crudo, suggeriscono movimento, attraversamento, apertura verso spazi vasti e sconosciuti. Accanto a queste ultime, si stagliano poi sezioni death-doom che rallentano il passo, appesantiscono l’aria, trasformando il viaggio in osservazione silenziosa, quasi in un momento di sospensione davanti a scenari immobili e carichi di storia. È proprio in questa alternanza che il disco trova una sua coerenza: non una giustapposizione di stili, ma una narrazione fatta di avanzamenti e soste. In questo equilibrio entrano spesso in gioco arpeggi e chitarre pulite, utilizzati con notevole gusto: non semplici intermezzi, ma veri e propri elementi narrativi che punteggiano la materia più ruvida senza mai snaturarla. Sono questi dettagli a conferire al lavoro una coloritura emotiva più sfumata, capace di suggerire malinconia, stupore e un senso di distanza quasi palpabile, facendo passare in secondo piano l’utilizzo della drum machine.
Non è semplicissimo individuare paragoni calzanti, proprio per questa natura elusiva e non del tutto ancorata a un singolo genere. Il carattere ombroso ma al tempo stesso arioso può ricordare certi Agalloch, soprattutto nella capacità di evocare paesaggi interiori senza rinunciare a una certa immediatezza melodica. Allo stesso tempo, la tensione esplorativa e la costruzione dei brani più estesi possono rimandare alle architetture di Bell Witch, primi Ahab e, per certi versi, anche ai chiaroscuri di Void Of Silence. Tuttavia, più che un insieme di influenze, qui si percepisce un tentativo riuscito di sintesi.
All’interno della tracklist emergono con particolare forza i brani della seconda metà, ovvero “Strange Paradise (Socotra, Yemen)”, “The Non-Existent Island (Freezeland)” e “Contemplating the Vastness of the Universe (The Gobi Desert, Mongolia)”, episodi in cui la componente melodica si fa più viva e memorabile, forse anche perché sostenuta da ritmiche generalmente più stentoree. Qui la band dimostra un notevole senso per gli intrecci e per la costruzione di climax catartici, capaci di lasciare un segno più immediato rispetto alle sezioni più brucianti. Proprio questa inclinazione verso la melodia rappresenta forse lo spunto più interessante in prospettiva futura: quando Atlantic Ridge si concede aperture più luminose, il risultato è particolarmente distintivo. Ciò non toglie che, già in questa prima prova, il progetto mostri una sua maturità, riuscendo a trovare una quadra credibile tra due linguaggi che, sulla carta, potrebbero risultare abbastanza difficili da conciliare.
“Atlantic Ridge” è dunque un esordio che convince perché riesce a trasformare un’idea concettuale in esperienza sonora concreta, facendo della distanza e dell’esplorazione non solo un tema, ma una vera e propria grammatica musicale. Un lavoro che invita a perdersi tra le sue coordinate, lasciando che siano i dettagli a emergere lentamente, come paesaggi all’orizzonte.
