ATRIARCH – An Unending Pathway

Pubblicato il 28/10/2014 da
voto
8.5
  • Band: ATRIARCH
  • Durata: 00:40:16
  • Disponibile dal: 28/10/2014
  • Etichetta: Relapse Records
  • Distributore: Audioglobe

Che gli Atriarch fossero una creatura completamente a sé nel panorama estremo underground, quello lo si era già evinto dai primi due album e dallo split meraviglioso realizzato con gli Alaric, tutte release che ci avevano presentato in maniera inconfondibile l’assurdo cocktail musicale della band fatto di black metal, doom e deathrock. Ma le release della band sino ad oggi avevano sempre anche sofferto di una qualità audio, di una produzione e di scelte in fase di registrazione davvero da dimenticare. Sia il primo “Forever the End” (uscito su Seventh Rule Recordings) che il secondo “Ritual of Passing” (edito dalla Profound Lore) erano dei lavori che mostravano una personalità musicale infinita rovinata da una qualità audio atroce. Non sappiamo bene cosa abbia determinato il ripetersi di una situazione simile nell’arco di più release, forse la mancanza di risorse adeguate da parte della band, forse una ricerca in atto da parte della stessa del proprio sound, forse errori di valutazione, ma ciò che è certo è che da quelle gelide e fognacee tracce era da tempo ormai che trapelava un genio palpabile mai completamente espresso. Ora le cose sono ben diverse. La Relapse ci ha messo poco a giustamente fiutare il miracolo, ha preso gli Atriarch con sé, gli ha presumibilmente messo a disposizione un budget non indifferente e li ha spediti a registrare un disco come si deve, diritti tra le sapienti mani del leggendario Billy Anderson, un connubio che non poteva non andare buon termine e sprigionare il mostro. Quello che ne è uscito è un opera finalmente degna della personalità della band. Un grottesco monolite di grandiosa, magniloquente e spaventosa personalità. La musica degli Atrairch finalmente coadiuvata da una qualità audio all’altezza e da scelte azzeccate in fase di registrazione diventa un qualcosa che è difficile da spiegare, qualcosa di immenso e disumano, qualcosa che splende di una luce accecante e che mostra tratti di originalità e potenza immaginifica quasi impensabili. Finalmente l’assurda formula della band è discernibile e comprensibile in tutta la sua lucida follia. I riff sono cristallini e detonanti e rivelano una pazzia di fondo palpabile, il concepimento dell’inconcepibile, disegnando trame stilistiche impensabili. Finalmente gli accenni a band come Bauhaus e Christian Death si rivelano in tutta la loro immensità, come colonne portanti di un sound che non esiste da nessun’altra parte. I riff sconnessi e taglienti e dilaniati dal flanger di Brooks Blackhawk sono un qualcosa di inaudito: pescano direttamente da post punk e dal gothic rock dei Killing Joke e Bauhaus appunto, nonché di band come Joy Division e The Cure per poi sublimarsi in enormi muraglie di blackened doom funereo e implacabile, portando alla mente i riff titanici e infernali di band come Yob, Corrupted, Asunder, Evoken, Weakling, Primordial etc. e creando un gioco di luci e ombre tra gothic rock ed extreme metal davvero straniante e incredibilmente ammalianti. Non è da meno la performance fuori dal mondo dello sciamanico vocalist Lenny Smith, sorta di Roz Williams dell’apocalisse, o un Peter Murphy demoniaco capace di spaziare nel giro di pochi istanti tra seducenti e malati lamenti quasi parlati in pieno stile Christian Death a raggelanti e luride urla black metal. Il collante di questa visione allucinata e distorta di immonda simbiosi tra blackened doom e deathrock è una sezione ritmica implacabile, monumentale e scardinatrice guidata dal drummer Ronald Avila, capace di spaziare tra stranianti tribalismi alla Killing Joke e tuonanti e cosmici pattern di batteria degni del miglior doom psichedelico. Non c’è scampo nella ultraterrena e immonda musica in questa band, ogni spiraglio di luce viene soppresso dalla band in un catramoso e mortifero vortice di negatività che si contorce e cambia forma in continuazione rifiutando di assumere una sola identità e lanciandosi invece in continue metamorfosi si lurida distruzione. La precedentemente menzionata inclinazione della band di cimentarsi in allucinanti progressioni tribali accompagnate da sferzate di chitarra severissime e implacabili e da moods apocalittici e stranianti fa venire in mente un nome solo: i Neurosis cerebrali, ostili, ermetici e apocalittici del capolavoro di rabbia e distruzione “Through Silver in Blood”, uno de lavori che maggiormente riecheggia nelle infernali spire di questo disco. Siamo al cospetto di una delle cose più inaudite, ostili, grottesche, e laceranti dell’anno. Un disco che sopprime ogni luce e che stritola qualunque appiglio alla vita e all’esistenza. Un disco che vi svuota di ogni vita e vi riempie di un buio implacabile e onnipotente.

TRACKLIST

  1. Entropy
  2. Collapse
  3. Revenant
  4. Bereavement
  5. Rot
  6. Allfather
  7. Veil
1 commento
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