7.5
- Band: ATRIARCH
- Durata: 00:40:22
- Disponibile dal: 30/10/2012
- Etichetta:
- Profound Lore
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Se papà Scott con i suoi Neurosis è tornato sulle scene con un lavoro un tantino sottotono, non si può certo dire la stessa cosa del “piccolo” Damon Kelly (figlio appunto del ben più noto genitore Scott Kelly) e dei suoi oscurissimi Atriarch, che con questo “Ritual Of Passing” giungono al secondo riuscitissimo album mostrando già di esser portatori di una estetica doom davvero unica che difficilmente trova manifestazione per mano di altre band. Gli Atriarch avevano già ampiamente mostrato di voler sviluppare un discorso heavy personalissimo ed estremamente radicale grazie ad un debutto (“Forever The End” uscito nel 2011 per la Seventh Rule) strambissimo che sperimentava con il gothic rock, il post-punk, il doom metal ed il black metal in maniera ancora confusa ma assolutamente decisa. Il grandioso split con gli Alaric di appena qualche mese fa non ha fatto che confermare il combo dell’Oregon come una vera forza della natura in possesso di un sound più unico che raro, e questo nuovissimo lavoro rafforza la credibilità della band ancora di più grazie ad una manciata di canzoni davvero ben riuscite che diradano parecchie nubi sull’efficacia del loro personalissimo sound e riescono a chiarire ed esaltare ancora di più la loro proposta svelandocela sempre più come un approccio sì strambo, ma fattibilissimo e dalla spiccatissima personalità. Il sound degli Atriarch è sia uno boccata d’aria fresca per i tanti elementi di novità che introduce, che una boccata di letali fumi tossici per il sound straziante che propone, un binomio, insomma, che appare davvero difficile non apprezzare. I Nostri infatti hanno raggiunto la vetta del doom metal di massima qualità, ma hanno seguito un sentiero tutto diverso e del tutto inaspettato per raggiungerlo. Invece di passare dai Black Sabbath, dai Candlemass eccetera, come il doom metal che sia un minimo credibile richiede, i Nostri sono passati dall’horror rock dei Death SS, dal post-punk dei Bauhaus, dei Joy Division e dei Cocteau Twins, si sono immersi infine nelle anneganti acque del gothic rock dei Fields Of The Nephilim e soprattutto nel death rock dei Christian Death e sono riemersi da questa assurda palude di influenze sotto spoglie tutte nuove e completamente diverse. La musica dei Nostri è dunque certamente drammatica, malinconica, gotica, ed estremamente negativa, ma anche pesantissima e lentissima: i riff sferraglianti e dissonanti dei Killing Joke rallentati da Brooks Blackhawk in un marasma di rumore immondo, e le voci di Dan Kubinski dei Die Kreuzen trasformate dal vocalist Lenny Smith in laceranti invettive dall’oltretomba… Smith risulta infatti essere il vero cerimoniere di un album dal feel altamente liturgico, che grazie a delle vocals assolutamente sopra le righe e perse a metà strada tra lo struggente pathos di Karl McCoy ed esternazioni inviperite in pieno stile black metal, ha dotato l’intero disco di un taglio del tutto dannato e profondamente occulto. Tutto il movimento gothic e post punk inglese viene trasformato insomma dagli Atriarch in una sorta di oblio di spasmi esoterici dal feel completamente dannato e maligno. Le canzoni seguono sempre pattern ritmici completamente sensati sia per il ricco e intelligentissimo bagaglio di influenze messo in mostra dalla band, sia per la personale veduta della band stessa che dall’altro lato sembra non voler seguire alcuna regola. Ne sono scaturite sette canzoni che fluttuano agevolmente senza grossi problemi tra cadenzati e sostenuti passaggi punky dal feel gotico e drammatico, raggelanti e scorticanti accelerazioni dal tiro quasi black metal, e immondi e luridissimi rallentamenti sludge-doom che fanno venire un insopportabile malloppo alla gola e inorridiscono per il carico di repulsione totale che sono in grado di veicolare. Sommo condimento di tutto questo peculiare ma sfrontatissimo modo di suonare, è un sound talmente lontano e distante da evocare scenari di un oltretomba raggelante che all’improvviso ci piomba nella stanza. Il sound di questo disco è talmente assurdo, perso, alieno e apparentemente disperato che sembra quasi un errore in fase di produzione. Ma ci rifiutiamo di credere ad uno scenario simile, sarebbe una coincidenza talmente perfetta di risultare irreale, il che non ci lascia altra scelta che dedurre che questi cinque oregoniani lo abbiano cercato di proposito un sound simile, cosa che fa di “Ritual Of Passing” un album ancora più allucinato nelle sue già nefastissime intenzioni.
