7.5
- Band: AURA NOIR
- Durata: 00:32:09
- Disponibile dal: 23/03/2012
- Etichetta:
- Indie Recordings
- Distributore: Audioglobe
Spotify:
Apple Music:
Quando si parla di black-thrash metal, un cervello metal di modesta entità compie il sillogismo tirando in ballo i norvegesi Aura Noir, vera istituzione del genere. Eccoci quindi a recensire questo nuovo album del terzetto, che, per l’ennesima volta, fa quel che sa fare senza discostarsi un minimo dalla linea maestra seguita da metà degli anni ’90, epoca degli esordi. La formazione vede in campo un bel pezzo di storia norvegese: Blasphemer (ex Mayhem) alla chitarra, Apollyon degli Immortal e Aggressor – ex praticamente di tutte le band estreme nordiche, dagli Ulver ai Dimmu Borgir – a spartirsi voci, parti di basso e batteria. Il produttore ha fermato i suoni a quelli degli esordi, grezzi e secchi, senza alcuna traccia di modernità, come peraltro hanno fatto i musicisti in sede di scrittura dei pezzi, anche questi rimasti ancorati all’impatto e alla voglia di suonare duro thrash metal dalle tinte nere. Ecco quindi che da “Trenches” in poi si inizia subito a pestare duro sull’acceleratore. Non c’è pausa per metà disco: si passa dalla granitica “Fed To Flames” alla rapida “Abbadon” assimilando thrash metal alla vecchia maniera in salsa nera. Per trovare un qualcosa di diverso, molto più black metal alla Darkthrone, tocca aspettare “The Grin From The Gallows”, uno dei brani migliori. Un’andatura più ragionata marca la traccia che mette in evidenza il lavorìo alla sei corde, molto vario e poggiato su un drumming che per forza di cose deve inventare qualcosa (e lo fa bene) viaggiando a basso regime. Finita la “ricreazione”, “Withheld” ci ricorda che il thrash metal è percussione e quindi come non obbedire al credo? Si va giù duro, quindi. Si prosegue sempre con un riffage che disegna sagome affilate (fantastica “Priest’s Hellish Fiend”), mai dolci all’ascolto, lasciando le asperità della proposta in primo piano. E poi che dire della voce? Una garanzia assoluta, non se ne potrebbero immaginare di migliori a poggiare su questa struttura ritmica. Quando si dice avere una voce “harsh”! L’album si chiude con la doppietta “Deathwish”-“Out To Die”, due brani veloci e perfetti per mettere la firma sotto la mezz’ora di un album che riporta la luce dei riflettori sugli Aura Noir. Gli altri ora dovranno di nuovo fare i conti con loro.
