7.5
- Band: AVERSIO HUMANITATIS
- Durata: 00:34:31
- Disponibile dal: 24/04/2026
- Etichetta:
- Debemur Morti
A sei anni di distanza dal precedente “Behold The Silent Dwellers” tornano sotto Debemur Morti gli spagnoli Aversio Humanitatis, band black metal che volge la sua proposta verso sonorità molto oscure e asfissianti, con un black metal dissonante e moderno, non disdegnando un certo rimando alle sonorità storiche ma concentrandosi soprattutto sul genere come proposto nell’ultima quindicina d’anni.
Sebbene le sortite più dissonanti vadano a richiamare nomi magari scontati per il genere (Deathspell Omega su tutti), nel suono dei nostri non viene mai a mancare una tensione costante simile a quella che ci tiene sulle spine durante l’ascolto di Mgla o di coevi islandesi, soprattutto per il senso di disperante angoscia che sembra provenire dai solchi.
Per fare un altro nome che gioca su questo tipo di campionato, citiamo i venezuelani Selbst – i quali nella loro incarnazione live hanno peraltro tra le loro file proprio due degli elementi qui presenti (AM e JH, rispettivamente basso e batteria), e qualche reminiscenza infatti viene fuori anche nei solchi di questo lavoro.
Insomma, è passato un po’ di tempo dall’ultimo disco, ma ritroviamo i madrileni in buonissima forma: i trentacinque minuti di “To Become The Endless Static”, spalmati su sei tracce, sono tumultuosi ma ordinati, annichilenti e cinici, pieni di stratificazioni da andare a dipanare ascolto dopo ascolto.
Il minutaggio è secondo noi piuttosto azzeccato: il disco è pesante, denso, pieno di cose nascoste, e una durata del genere permette di tornare ad ascoltare l’album più volte senza perdersi in un eccesso di materiale che potrebbe scoraggiare un ascolto ripetuto.
Quello che viene qui proposto è sì essenziale, ma non minimale: la scrittura è claustrofobica e caotica, ma composta da basi solide e frutto di un’esperienza accumulata, anche più che nelle prove precedenti, di cui questo “To Become The Endless Static” è sicuramente un passo avanti.
Quello che a primissimo ascolto potrebbe infatti sembrare un album molto quadrato e ‘dritto’ viene fuori volta dopo volta attraverso melodie inquietanti, rallentamenti costruiti su arpeggi distorti, dissonanze più classiche (“Strange Angles”), e una struttura dei brani solo apparentemente confusionaria.
Se proprio vogliamo trovare un difetto, forse a prima vista il disco sorprende poco: per quanto ben composto, resta all’interno del genere proposto e ne offre solo un affinamento, non una vera e propria evoluzione. Non mancano comunque dei buonissimi riff di scuola quasi death metal in alcuni punti, come nella title-track, o soluzioni vagamente più accessibili – almeno per i più abituati a queste sonorità (“Blackened Bone Marrow”), dove gli AH mostrano una grande maturità nella produzione di un brano estremo quanto ben inquadrato.
Sicuramente un gran bel ritorno e un acquisto consigliato agli ammiratori di un black metal aspro e implacabile, che però vive su composizioni ben assestate.
