8.0
- Band: AYDRA
- Durata: 00:38:00
- Disponibile dal: 10/10/2024
- Etichetta:
- Rude Awakening Records
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Piuttosto a sorpresa, ma certamente piacevolissima, tornano a farsi vivi i marchigiani Aydra, formazione di Ancona nata nel 1985 sotto il monicker Hydra e letteralmente antesignana – per non dire coeva – dei maggiori precursori, nei suoi sottogeneri di appartenenza, ovvero techno-thrash metal e techno-death metal. La differenza, ovvio, è sottile e va ricondotta principalmente all’uso della voce e al riffing di chitarra, che a volte sono più vicini al thrash, altre volte al death. Di materiale tecnico, comunque sia, stiamo trattando.
Gli Aydra, nonostante la fondazione davvero antica, si palesano sul mercato solo nel 1999 con l’esordio “Icon Of Sin”, una mezz’ora piena di fucilate assassine e nevrotiche, solo in parte debilitate da una produzione probabilmente non abbastanza in linea con gli standard già alti del periodo; dopo cinque anni di silenzio, la band pubblica nel 2004 il secondo “Hyperlogical Non-Sense”, ancora più potente e focalizzato al totale smantellamento dell’apparato nervoso del fruitore, dove ogni musicista si ritaglia parti personali e cazzutissime ed il cantante Mauro Pacetti passa al solo microfono, lasciando le linee di basso ad un eccezionale Andrea Mastromarco.
In seguito, purtroppo, un vuoto abissale di praticamente vent’anni fa calare il sipario sugli anconetani, scioltisi nel 2007 e poi riformatisi nel 2013 senza quasi colpo ferire, fino a che, in questo tremebondo 2024, il gruppo si risveglia sul serio e piazza il terzo lavoro sulla lunga distanza, intitolato “Leave To Nowhere”, in pasto ai vecchi metallari della nuova generazione, che sbaveranno non poco durante l’ascolto di tale piccolo, grande capolavoro.
Fa quasi impressione constatare come, ad esclusione del leader e già citato cantante Mauro Pacetti, il resto della band sia stato completamente rimpiazzato senza che ciò sia andato ad influenzare in modo pesante il sound caratteristico degli Aydra, sempre iperdinamico, veloce, dinamitardo, avvolgente e coinvolgente, irrobustito da continui scossoni ritmici e da un vortice indefesso di riff che si inseguono affamati di note uno dietro l’altro.
Le chitarre di Giuseppe Cardamone e Luca Calò guidano imperiose e ficcanti, mai dome, un songwriting che punta tutto sulla fluida velocità e sulla varietà dell’impatto delle sei corde: il nostro highlight del disco, difatti, è proprio l’unico pezzo strumentale del lotto, la title-track, la cui rappresentazione grafica potrebbe essere un alveare d’api in crisi ansiogena, tanto sono chirurgici, psicotici e letali i riff proposti dai due chitarristi; il groove lascia il posto alla velocità, mentre la tecnica sorregge il groove e la velocità aumenta l’appeal della tecnica. Un groviglio di abilità tellurico, insomma.
La nuova sezione ritmica composta da Andrea Massetti al basso e da Marco Bianchella alla batteria non demorde mai e, da par suo, controlla tra le quinte che il riempimento dei vuoti di scrittura sia funzionale ed che l’apporto energetico resti ben bilanciato ed equilibrato. Fa da tessuto connettivo di “Leave To Nowhere” il timbro vocale di Pacetti che, così come passa spesso in secondo piano di fronte a cotanto strapotere strumentale, allo stesso tempo è insostituibile nel suo scandire con aggressività tutti i vigorosi momenti topici dell’album.
Death, Atheist, Cynic, Megadeth, Metallica, Anthrax e Pantera (questi ultimi due per le pochissime sezioni atmosferiche presenti), i corregionali Infernal Poetry e gli altrettanto storici Node: tutte queste band, e molte altre dai tratti simili, vengono alla mente mentre ci si pasce dell’album, ma basta ricordare quanta esperienza abbiano alle spalle i seppur rinnovati Aydra per lasciarsi dietro pensieri e dubbi sulla freschezza del suono dei marchigiani.
Del resto, il disco scorre via talmente rapido e piacevole che tali dubbi, se anche ci fossero, sarebbero risibili di fronte a mini-sinfonie del calibro di “They Waste A Throne”, “Black Skin And Red Sand” e “Make Slaves”; oppure davanti alla cupa aggressione di “Lost Between Two Lands” e all’autoripescaggio della vecchia “Psycho Pain Control”. Solo un paio di episodi, ad esempio “Forever Hide” e la traccia d’apertura “Three Minutes Walk”, sono lievemente sottotono, ma i trentotto minuti del lavoro volano in un attimo, pregni e densi di piombo fuso e velenoso.
Un ritorno in grande stile per gli Aydra, non ci sono dubbi, per un compendio di canzoni che non vi lascerà alcuno scampo. Ritorno al futuro.
