7.0
- Band: BALMOG
- Durata: 00:40:02
- Disponibile dal: 28/05/2021
- Etichetta:
- War Anthem Records
- Distributore: Audioglobe
Spotify:
Apple Music:
Sull’onda dei buoni riscontri ottenuti con l’EP “Pillars of Salt”, i Balmog tornano alla carica a stretto giro con un nuovo full-length che li vede ampliare il discorso avviato nella prova dell’anno scorso. Tra l’altro, nella rinnovata line-up degli iberici ora figura ufficialmente anche il sempre più noto Javi Bastard (Teitanblood, Graveyard, Körgull the Exterminator) alle tastiere e alla chitarra, un musicista di grandissima esperienza che per di più è stato incaricato anche della produzione di questo “Eve”.
Venendo a quanto contenuto in questo ritorno, dopo quindici anni di carriera musicale oggi la proposta dei Balmog non è più (solo) black metal: “Pillars of Salt” in questo senso aveva lanciato segnali importanti, ma la nuova fatica va oltre, togliendo una volta per tutte la componente black dal fulcro del sound per sostituirla con un nocciolo di post punk e dark wave spesso in grado, tramite un continuo balletto di melodie viziose, di generare una moderna elegia elettrica che si pone a metà strada tra le recenti esperienze di formazioni come Blaze Of Perdition, Tribulation e Ketzer. Il succitato “Pillars…”, constando di una singola traccia di quasi venti minuti, ovviamente si prestava maggiormente a un carattere epico e narrativo, mentre “Eve” offre nove pezzi più pungenti, che giocano sul contrasto fra la relativa linearità delle ritmiche (dove ogni tanto non si rinuncia a forti accelerazioni) e l’ambiguità delle sfumature dark e occult rock, con le quali i ragazzi vorrebbero incunearsi nella parte più intima e proibita del nostro inconscio. I Balmog mantengono quindi un piede nel metal, ma l’andamento della tracklist parla soprattutto di una vocazione tenebrosa e di crescendo vellutati, in cui l’aleggiare dei ritocchi metallici funge solo da contorno per tonalità chitarristiche e voci che guardano spesso ai chiaroscuri dei Fields of the Nephilim (con una punta del vecchio Danzig).
L’operazione di scarnificazione qui diventa insomma implacabile, anche se l’alleggerimento del sound non porta alla composizione di chissà quali hit: i Balmog infatti non eccedono con gli ammiccamenti o forse – più banalmente – non riescono a trovare i ritornelli giusti; il risultato è un album che si segnala per il suo carattere variegato e per alcuni pezzi notevoli (“Carrion Heart” su tutti), ma che forse rischia di scontentare sia coloro alla ricerca di singoli subito canticchiabili, sia i fan della prima ora affezionati alla materia black metal. Un disco di transizione con il quale i ragazzi galiziani mutano senza smentire il loro temperamento sfuggente.
