7.0
- Band: BASTARÐUR
- Durata: 00:28:20
- Disponibile dal: 29/10/2021
- Etichetta:
- Season Of Mist
- Distributore: Audioglobe
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Con i Bastarður la mente dei Sólstafir, Adalbjörn Tryggvason, torna alle proprie origini. Non ci riferiamo tuttavia al black metal delle primissime opere del suo gruppo principale, bensì al death metal, al punk e al rock’n’roll di Autopsy, Entombed o Motorhead, band da sempre citate dal cantante/chitarrista islandese in tema di gruppi preferiti. “Satan’s Loss of Son”, primo album di questo progetto nato a quanto pare durante un periodo particolarmente stressante per Tryggvason, è un sunto di tali influenze, riletto secondo suoni e un’indole tendenti al crust d-beat di realtà scandinave come Disfear, Wolfbrigade o Skitsystem. Un disco che vede il leader ricongiungersi e collaborare con amici di vecchia data, islandesi e non, e concentrare in circa mezzora percentuali calibratissime di tutti gli elementi elencati in apertura, con una sezione ritmica che si fa man mano più serrata e chitarre che diventano sempre più frenetiche e ronzanti, fino a formare una nuvola carica di elettricità. L’euforica opener “Viral Tumor” ben delinea la direzione che intraprenderà il resto dell’album: tanta voglia di divertimento, canzoni compatte e repentini cambi di ritmo e registro, sempre in bilico fra immediatezza punk e una corposità del suono maggiormente metallica, sulla scia appunto del circuito crust svedese. Un suono dunque concreto e vigoroso, anche se non privo di qualche leggera finezza che va a tradire l’importante bagaglio artistico del principale compositore. Pur in un contesto sulla carta ruvido come questo, Tryggvason non riesce infatti a fare a meno di condire la proposta con qualche deviazione e accorgimento per non renderla troppo monocorde: grazie alla partecipazione di cantanti come Marc Grewe (ex Morgoth) e Alan Averill (Primordial) su un paio di episodi e all’impiego di qualche midtempo più fiero e ordinato, “Satan’s Loss of Son” presenta una tracklist un po’ più varia e strutturata del previsto, per concludersi poi con un inno come “Rise Up”, il cui incedere marziale stempera non poco l’atmosfera caustica montata sin lì dal resto delle tracce.
Difficile ora dire se questo lavoro sarà il primo capitolo di una carriera parallela a quella dei Sólstafir; in ogni caso, anche se dovesse trattarsi di un exploit isolato, “Satan’s Loss of Son” è e resterà un divertissement più che rispettabile da parte di un musicista che sembra sempre avere una freccia al proprio arco.
